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mercoledì 27 giugno 2012
Una Notte
Poco fa sono uscito in pozzetto, intendevo fare i soliti controlli prima di andare in cuccetta per la notte. Mentre poggiavo il piede sul primo gradino della scaletta di uscita, da fuori mi e' giunto un baluginio che mi ha sorpreso. Venendo dal quadrato illuminato la vista non era abituata all'oscurita'. Ma subito ho visto meglio. Era il riflesso della luna crescente sulla superficie solo debolmente increspata del mare. Mi sono detto " Che meravigliosa visione ". Continuo la mia salita e mi siedo in pozzetto. Ulyxes procede placidamente nel poco vento, il mare e' calmo e le onde languide ispirano serenita', il cielo, con questa luna cosi' lucente e un pensiero mi ha fatto sussultare. Un fulmine mi ha percorso, mi ha preso alla gola un senso di smarrimento. Ma questa e' l'ultima notte di navigazione di questo viaggio! Ma come e' possibile! Avevo da coprire 12000 miglia e ora me ne sono rimaste solo 90 fino a toccare le sponde della mia Sardegna. Ma, e tutte quelle notti, a volte insonni, per il tempo, per problemi a bordo, per il traffico? Sembrava che fossero eterne e che ne fossero infinite. E ora non ne e' avanzata che una. Perche' non me le sono memorizzate una ad una, nei dettagli, come la ripresa di un film, per poterle rivivere? Nella vita normale le notti sono giusto un periodo in cui la luce del sole e' assente. Nel pozzetto della barca le notti sono il regno della magia, del mistero, della soprannaturale luce delle stelle. La notte a terra e' buia e non da mai gioia. A bordo non e' mai buia, l'immensita' ti sovrasta senza minacciarti, le stelle, la Via Lattea, le profondita' cosmiche sono la', a portata della tua anima. Non le puoi toccare, anzi ti testimoniano, senza malanimo, che tu non sei assolutamente niente, loro sono in una dimensione di fronte alla quale tu conti quanto lo zero. Eppure, nel pozzetto della barca, questo pensiero non mi angoscia. La mia infinita piccolezza non mi angoscia. Il firmamento e' infinitamente infinito ma io da quaggiu' lo posso vedere, ne posso percepire la sua essenza sensibile, e allora esisto anch'io. Sono una parte di questo firmamento anch'io. E anche questo mare esiste. Non mi chiedo perche' le cose sono cosi'. Non mi chiedo il fine delle cose. Mi basta sentire il fruscio del vento, il canto dell'onda sotto la luce della luna e la vita ha senso perche' e' cosi'.
L'equipaggio di un piccolo vascello
C'era una volta, in un porto dell'Isola d'Elba, un piccolo vascello, negletto e rugginoso. Era li, immoto e malinconico, forse aspettava che qualcuno se ne prendesse cura, ma non si sa, lui non parlava. Non che fosse di chissa' quale lignaggio o ascendenze, ne' aveva conosciuto glorie di alcun tipo. Era un piccolo vascello qualunque, che pero' aveva conosciuto giorni migliori e che aveva ancora tanto da dare, la sua panciuta carena d'acciaio poteva fare ancora tante miglia. E ci fu l'incontro. Un piccolo vascello qualunque, un piccolo amante della vela qualunque, anche lui un pochino ammaccato dalla vita, hanno la ventura di incontrarsi. Ma non per caso. Il piccolo amante della vela era in cerca dell'anima gemella, per navigare s'intende, perche' per la vita ne aveva avuto abbastanza, almeno per allora, dell'anima gemella. E fu amore a prima vista. E furono mesi e anni di amorevoli cure. Con la mazza da 10 kg per raddrizzare la falchetta tutta storta. Con uno smeriglio industriale per tagliare le lamiere che non erano piu' stagne, cioe' avevano i buchi. Con la martelletta pneumatica con la quale togliere la ruggine. Faceva un baccano tale che rendeva tutti edotti che ci stavo lavorando fino a 5 km di distanza. E poi saldatrici, trapani, vernici a bidoni, nuovi oblo' e mille altre cose, finche' Ulyxes torno' in acqua che era di nuovo un bellissimo piccolo vascello. Azzurro come il cielo, affilato e duro come la lama della migliore spada. E il piccolo amante della vela gia' sognava di andare lontano, sulle ali del vento, ad ascoltare il sussurro delle onde. Ma era solo e per lui, tutto solo a bordo. quel vascello non era poi cosi' piccolo. Forse gli abbisognava della compagnia. Gia' a bordo aveva trovato Giovanni. Un motorino qualunque, piccolo anche lui. A vederlo non sembrava un tipo su cui fare affidamento, sembrava piu' fatto per una piccola motopompa agricola che per andare per mare. E invece no. Giovanni si sarebbe mostrato un compagno meraviglioso e talmente affidabile che anche quando doveva fermarsi o rompersi, lo ha sempre fatto con giudizio. Mai che l'abbia fatto in modo da mettermi in crisi senza soluzione, avevo sempre una via d'uscita onorevole. E poi arrivo' Scipio il timone a vento. Un tipo bizzarro, una forza della natura, un permaloso come pochi. All'inizio in effetti a bordo c'era il cugino, il nome e' ignoto. Ma ebbe breve vita, durante una burrasca si suicido'. Lo trovai che penzolava da poppa, irrimediabilmente scassato, con qualche frattaglia perduta nell'abisso, non lontano da Algeri. Magari soffriva troppo di mal di mare, chissa'. E poi fu Scipio appunto. All'inizio non collaborava, tutt'altro. Mi canzonava. Dopo lunghi conciliaboli e manfrine magari mi dava il contentino. Per un poco teneva bene il timone e Ulyxes procedeva in rotta. Poi, secondo me con malizia, cominciava a dare i numeri, faceva il pazzo ed erano ancora ore di dialogo, di tentativi di convincimento, di parolacce, di maledizioni e, dioneguardi , di veri e propri corpo a corpo. Una volta, esasperato dalla sua cocciutaggine a fare cio' che intendeva lui e non cio' che serviva a me, gli ho mollato uno scappellotto tale che la pala di legno si e' piegata, infranta ed e' caduta in mare (quanto mi sono sentito un misero dopo!). Ma l'eta' ha portato saggezza, a lui e a me. Ora il sodalizio e' perfetto, lui in genere fa quel che voglio io. In quei rari casi in cui la sua testardaggine e' senza scampo, bene, in quel caso andiamo dove vuole lui. In genere, dopo un po', ridiventa ragionevole, e mi asseconda. Ma Scipio, essendo "a vento", quando vento non ce n'e' e magari Giovanni si offre per spingere un po', non riesce a rendersi utile. Ecco che viene in aiuto un altro cugino, ma alla lontana. Trattasi di tale Pasqualino Settebellezze, un autopilota elettronico, anche lui, ma e' una mania, piccolo piccolo. Ma soffre dichiaratamente il mal di mare e infatti quando c'e' un poco d'onda gli gira la testa e non pilota piu'. Ma se il mare e' calmo allora ronza e spernacchietta giulivo e tiene la rotta egregiamente. Durante il viaggio c'e' stato anche un lieto evento. Grande giubilo a bordo perche' Archimede, in mezzo a non poco travaglio, ha finalmente visto la luce. Chi e' Archimede? Lo dice la parola stessa. Un marchingegno. Questo fattapposta, un piccolo autopilota a barra trapiantato sul cabezon di Scipio, privato della pala del vento, fa diventare il suddetto Scipio un timone non piu' a vento ma con sensore elettronico, cioe' invece di mettersi d'accordo con la direzione del vento si mette d'accordo con la direzione del Nord magnetico. Funziona? Ora egregiamente, ma essendo lui un poco marchingegnoso, gli viene riservato un ruolo solo quanto i titolari, Scipio e Pasqualino Settebellezze, si trovano in imbarazzo per forte onda e poco vento. Chiuso il reparto timonieri, viene ora il servizio di vedetta, per il quale c'e' una certa abbondanza di equipaggio. L'ultimo arruolato e' Cacao Maravigliao, il radar detector, ma ne riparleremo. Per diritto di anzianita' bisogna citare Polifemo, un radarino, piccolo ma che piu' piccolo non esiste proprio in commercio. L'antennina sta appollaiata su una crocetta e lo schermetto, quasi un giocattolo, al tavolo di navigazione. Sembra finto e invece quanta compagnia mi ha fatto, vero Poly? Solo qualche giorno fa nel traffico natalizio dello Stretto di Gibilterra, se non fosse stato per lui sarebbe stata un giro di roulette russa. E anche ora, fuori dal delirio dello stretto, quante belle dormite mi lascia fare tra un bip e l'altro dell'allarme per navi vicine. Torniamo a Cacao. Era una volta abile e prestante. C'era questa questione un po' discutibile che si facesse chiamare Merveille, ovvero Meraviglia, un po' immodesto invero, avrei dovuto insospettirmi, forse non era della giusta "piccolezza" per Ulyxes. Orgoglioso e sicuro, ogni volta che un radar, presumibilmente di una nave, perche' in autostrada di norma non andiamo, era puntato su Ulyxes, lui cominciava a starnazzare come le oche capitoline e io sapevo di aver visite. Per un po' e' stato vero amore con l'amante della vela. Ma poi, com'e' come non e', passando l'equatore ha cominciato a dare segni di squilibrio. Starnazzava e non c'era nessuno. Pensavo a fenomeni elettrostatici e lo perdonavo. Passato l'equatore ha continuato a vaneggiare. L'ho aspramente redarguito e lui, evidentemente molto permaloso, sapete e francese, si e' chiuso in totale mutismo e ora non starnazza neppure se lo martellate con un magnetron da 100 kilowatt. Ero nei guai. Senza questa vedetta ad dare una mano a Polifemo come potevo fare? Nei Caraibi viveva un lontano parente di Cacao, un ricevitore AIS. L'ho invitato a bordo, l'ho installato un po' distrattamente, in un angolino. In fondo non era che un parente povero di quel Cacao di nobile stirpe ma ormai in crisi catatonica dichiarata. Quanto mi sbagliavo! Il parente povero si e' dimostrato fidato quanto la piccola vedetta lombarda. Non ha mai fatto cilecca ed e' molto piu' estroverso del parente ricco. Mi da' un sacco di informazioni sul traffico. Secondo me e' un po' pettegolo perche' sa sempre tutto dei nostri vicini, ma che m'importa, tanto non ci conosce nessuno. Insomma ha preso il posto del parente nobile malato e, pour le merit, e' stato ormai arruolato come l'unico e vero Cacao di bordo. Bene, ora sapete che il piccolo amante della vela nel piccolo vascello non era solo. Ha attraversato l'Atlantico in varie direzioni ma c'era con lui una schiera di piccoli aiutanti con poco humor, e' vero, ma anche poco pretenziosi, instancabili, affidabili, i quali, anche se son fatti di latta, bulloni, transistor, fili elettrici e quant'altro, un pochino meritano il mio affetto.
PS
E poi, volete mettere, mai una volta che mi contraddicano, idiosincrasie di Scipio a parte. Davvero l'equipaggio ideale.
PS
E poi, volete mettere, mai una volta che mi contraddicano, idiosincrasie di Scipio a parte. Davvero l'equipaggio ideale.
sabato 23 giugno 2012
La Scia
I monti dell'Andalusia sono ormai scomparsi nella bruma, dietro di noi, me ed Ulyxes. Che meravigliosa andatura col vento al giardinetto ed un mare ben maneggevole. A questa magnifica velocita', vedo le miglia rimanenti diminuire rapidamente e questo mi da' una grande felicita', quasi un'euforia. E poi c'e' una cosa che solo stando a bordo si puo' comprendere appieno. Quando la barca va veloce, la scia diventa uno spettacolo bellissimo che non ci si stanca mai di osservare, che ti ipnotizza. Ogni chiazza di schiuma che vedi scivola via e non la vedrai mai piu'. Mentre la vedi formarsi sta gia' scomparendo, e gia' il passato, le prossime chiazze giacciono, ignare ed invisibili, davanti alla prua, ma Ulyxes sta andando veloce, a stanarle, una ad una, e le fa nascere e, contemporaneamente, le abbandona, deve andare a creare le prossime. Questa infinita creazione e abbandono della schiuma della scia e' una metafora del trascorrere del tempo e dell'avvicinarsi della meta, e' vivere il tuo viaggio dando una dimensione ad ogni istante che passa, perche' in ogni istante la scia e' diversa. Quella che stai vedendo e' gia' un'altra, non e' piu' quella di un momento fa, che appartiene ormai al passato. Ma tutte le scie appartengono alla superficie del mare, nella sua infinitezza, con le sue onde potenti ma regolari, che danno un senso di virile affidabilita' e la barca sembra procedere su di esse come fosse sul del morbido velluto. E' davvero inspiegabile l'innocente sorpresa che mi colpisce nel vedere come Ulyxes reagisca ogni volta con una sua propria sensibilita' a condizioni di vento e di mare gia' incontrate mille volte in passato. Ogni volta sembra diversa. Come un'interpretazione artistica. Mi viene alle labbra spontaneo un complimento: Pero', questa barchetta! Forse pero' non sono sorpreso da come la barca si adatti al vento e al mare, ma da come questo miracoloso equilibrio di forze, questa misteriosa alchimia fra il denso del mare, l'impalpabile dell'aria, la determinatezza e la meccanica risoluzione della barca mi conducano dove io desidero, mi facciano viaggiare. E il viaggio in barca e' un andare verso la meta, ma e' anche un esistere in se', un amplesso totale con la natura e le sue forze. E con le mie forze. Conta raggiungere la meta del viaggio, quella che ho segnato sulla mia carta. Ma ugualmente conta tutta quella rotta che sulla carta traccio, momento per momento. Ogni punto di quella rotta e' un istante di quell'intimo rapporto con se' stessi, con la barca, con il mare, con il vento. Ciascuno di quei punti della rotta e' stato un punto dell'esistenza, in quei punti si e' arrivati, l'equilibrio tra le forze della natura, le reazioni della barca, la mia volonta', ci ha portato fino a ciascuno di essi. Ma ogni punto, una volta raggiunto, e' gia' storia, ha gia' dato tutto col solo fatto di esistere come punto della mia rotta. E' un momento. Subito sta maturando il prossimo punto che, come ogni punto del viaggio, e' agognato, e, non appena esso e' raggiunto, non appena diventa un trattino di matita sulla carta, esso cambia di sembianze, non e' piu' l'oggetto che desideravo conseguire, e' un'altra cosa, e' il passato ed il suo posto e' preso, dal futuro, dal punto che deve ancora venire, dal successivo momento della vita. Fino alla fine del viaggio, e fino alla fine dei giorni.
giovedì 21 giugno 2012
Falla a bordo
Quando vedrete questo racconto pubblicato sul sito vorra' dire che il mio viaggio sta concludendosi felicemente e che Ulyxes e' di nuovo in acque amiche. Avevo deciso di non pubblicarlo prima per rispetto e amore nei confronti delle persone che mi vogliono bene e che, da lontano e quindi in maniera generica e senza riferimenti troppo precisi, patiscono l' ansia di sapermi lontano in mare. Conoscere nei dettagli il rischio che ho corso in occasione dell'incidente che sto per raccontare avrebbe aggiunto un altro motivo di apprensione. Ecco perche' ho reputato che fosse meglio pubblicare questo raccontino solo a viaggio in via di conclusione.
L'argomento e' la rottura della presa a mare avvenuta la notte del 24 ottobre 2011, e l'apertura conseguente di una falla importante nello scafo di Ulyxes.
Come molti racconti del terrore eravamo in una notte buia e tempestosa, magari tempestosa e' eccessivo, pero' navigavo gia' da diverse ore bolinando contro un vento di 20-25 nodi, la notte era buissima e le onde di tutto rispetto. Il fracasso del mare contro lo scafo era molto forte, a bordo tutto gemeva e strideva, avevo perfino spento Sancho, il generatore eolico perche' il suo sibilo aumentava il rumore generale con una nota acuta angosciosa. Non timonavo perche' a questo pensava Scipio, il mio timone a vento, che pero' non era piu' fido come una volta. Le modifiche che avevo apportato non erano ancora a punto, solo le sollecitazioni della navigazione in mare agitato potevano tirar fuori le magagne, cosi' come stava avvenendo. La sua regolazione era ancora difficoltosa e lui era ancora talvolta inaffidabile. Lo era al punto da provocare, inopinatamente, delle strambate che non avevano avuto conseguenze serie perche' io tengo sempre rizzate le ritenute del boma il quale, in caso di strambata appunto, viene comunque tenuto in posizione di sicurezza, e non puo' spazzare il ponte e il pozzetto come un ariete impazzito. Quindi non sono esattamente tranquillo. Posso anche dire con onesta' che ancora non mi ero riabituato alla navigazione in solitario. Prima di partire pensavo che nello spazio di alcune giornate di navigazione si sarebbe ricreato quel sodalizio tra me, la barca e gli elementi di cui tanto avevo gioito durante il mio viaggio precedente. E invece il processo e' stato molto piu' lungo e, a tratti, tormentato. Torniamo quindi a quella notte. Ho lasciato il fracasso del pozzetto per avere un po' di pace al riparo, in quadrato. Credo fosse circa l'una di notte. Dentro la barca i rumori esterni arrivano attenuati mentre si sentono ovviamente quelli interni. Il rumore dell'acqua che scorre contro lo scafo e' presente ma attutito. C'e' un altro rumore d'acqua in movimento, e' quello dell'acqua che sta in sentina, risultato della non ermeticita' di un oblo' che ancora non sono riuscito a sigillare. Non e' molta, a dir tanto il contenuto di due secchi. Pero' il continuo beccheggio della barca fa si che questa poca acqua scorra avanti e indietro provocando un rumore caratteristico, come di ruscellamento, Lo conosco. Non mi preoccupa, la via d'acqua e' piccola e non e' suscettibile di crescere. Periodicamente sgotto con la pompa di sentina che pero' non e in grado di vuotare totalmente la sentina stessa, un fondo resta sempre, ed e' appunto quello che genera lo sciacquio. Sono al tavolo di navigazione, assicurato con l'apposita cinghia per evitare di essere catapultato in occasione dei movimenti piu' selvaggi. In mezzo a tutti gli altri rumori sento una nota diversa nel ruscellamento della sentina. Aguzzo l'udito, mi dico che non c'e' nulla di anomalo, e' il solito rumore. Passa forse un secondo, lo risento, e' diverso dal solito. Scendo in quadrato e sollevo un pagliolo per controllare. Nel fondo della sentina l'acqua sembra la solita, siamo al buio e voglio disperatamente credere che sia cosi'. Ma, essendomi avvicinato, risento meglio il rumore. E' piu' avanti, non e' in sentina. dio, ma e' sotto i paglioli della cabina di prua, col pagliolo sollevato si sente uno scroscio spaventoso, l'acqua sta entrando in barca in grande quantita' e il livello in sentina sta salendo velocemente. Il cuore mi batte all'impazzata, la barca ha una via d'acqua enorme, lo capisco al volo dal rumore e dalla velocita' con cui sale il livello in sentina. Metto in azione le pompe e, freneticamente sposto i bidoni da 25 litri di gasolio che ho riempito a Gibilterra come riserva per l'attraversamento a motore della zona delle calme equatoriali. Sono pesanti ma nell'urgenza della situazione li sollevo come piume dopo averli slegati gli uni dagli altri. Sollevo il primo pagliolo e vengo letteralmente investito dal getto d'acqua che viene da un buco nello scafo. Resto una frazione di secondo inebetito. E' una immagine che non rientra nella logica della mia mente. Non puo' esserci un buco nello scafo della mia bella barca in acciaio ad alta resistenza. Dove c'e' la falla c'era prima un tubo di acciaio inox, che come tappo ha il sensore del solcometro. Normalmente stava laddove ora c'e' il buco che vomita acqua. Invece ora sta reclinato, di fianco, lasciando aperto un foro di circa cinque centimetri di diametro nella carena. E l'acqua si sta precipitando dentro attraverso questo foro. In quei momenti la mente elabora a velocita' inaudite. Il tempo si dilata e un secondo diventa lunghissimo. Mentre cerco di fare ordine nelle idee e nelle emozioni, faccio l'unica cosa possibile al momento, pongo il palmo della mano a chiudere il foro e impedisco all'acqua di entrare. La barca intanto continua a navigare, Scipio, ignaro, fa del suo meglio per tenerla di bolina, e il vento e le onde continuano col loro fracasso. Io solo laggiu', inginocchiato e quasi al buio, con una mano ostacolo l'ingresso dell'acqua e per un attimo mi vedo perso. La mia solitudine diventa un simbolo di morte. Sento come una sofferenza fisica la mancanza di un mio simile che mi aiuti. Ho il cuore che sembra voglia scoppiarmi nel petto. Cerco di darmi una strategia. Sono attimi di angoscia essenziale, non c'e' spazio per altro. Ma poi, e sto parlando di secondi, lunghissimi, ma attimi, fulminei, faccio l'appello mentale delle risorse sulle quali posso contare per uscire da questo casino. So che per questi casi, sempre con l'idea che mai ne avro' bisogno, ho preparato, in un posto molto a portata di mano, dei coni di legno di varia misura. Dovro' recuperarli, dovro' recuperare il martello, dovro' portare il tutto dove e' il foro, infilare il cono della misura adatta nel foro stesso e martellarlo a morte, finche' esso non sia piantato solidamente ad ostruire la falla. Devo fare questo senza errori, non devo fare un benche' minimo passo falso, niente mi deve cadere di mano, ormai la sentina e' piena d'acqua e non troverei piu' nulla. Faccio mentalmente il percorso piu' veloce e sicuro, visualizzo dove mettere i piedi, metto bene la pila portatile in tasca, non mi deve cadere. E poi, la cosa piu' difficile, devo decidere quando partire. Sono ben conscio che dal momento in cui togliero' la mano la cateratta si riaprira', mi si spacchera' il cuore a risentire quello scroscio dentro la barca. Ma non ho scelta, non c'e' la mano di un altro pronta a rilevare il mio posto. Sono solo. Respiro profondamente, mi concentro, ho un solo pensiero, fare velocissimamente ma senza errori, se sbaglio qualcosa potrei non avere un'altra possibilita', almeno cosi' mi sembra. Parto. Lascio dietro di me la colonna d'acqua che entra in pressione, salto in plancia, apro lo stipo sotto il tavolo di navigazione e prendo i coni, vado a destra piu' in alto, apro il contenitore degli attrezzi lunghi e prendo il martello. Mi rigiro con freddezza, ripercorro la strada all'indietro, con calma studiata, non devo incespicare sui paglioli sollevati alla rinfusa. Torno alla falla mettendo subito la mano per ostruirla. Sto un lungo istante a prendere fiato. Ora sento di avere delle possibilita' da giocare, l'angoscia si allenta. Ora il punto e' far bene il lavoro, bisogna otturare la falla in modo che non si riapra. Prendo il cono piu' grosso e provo ad infilarlo nel foro, in mezzo ad un festival di spruzzi ma, il diametro e' insufficiente. Di poco. Recupero uno straccio, sempre tenendo la mano destra sul foro e in qualche modo, con la sola mano sinistra, lo avvolgo intorno al cono, lo infilo nel foro e comincio a dare di martello. Questa volta il diametro e' sufficiente. L'acqua non entra piu' a fiotti. Resta un insignificante trafilamento. Resto interi minuti a fissare il cono che adesso protrude orgogliosamente, e' piantato con forza nel foro e col passare del tempo si imbibira' completamente gonfiandosi e facendo ancora piu' forza contro il foro. Mi dico queste cose mentre comincio ad accorgermi che mi tremano le mani. Anzi, tremo un po' tutto, ma forse e' perche' mi sono inzuppato i vestiti. Mi sposto al tavolo di navigazione per fare il punto della situazione, per controllare che cosa sta succedendo fuori, perche' il mare e' sempre molto grosso ed il vento sempre rabbioso, e bisogna che qualcuno segua la navigazione. Passa una diecina di minuti. Ogni tanto controllo il tappo. Tutto a posto. Mi accingo ad uscire in pozzetto per controllare fuori. Sono sulla scaletta e di nuovo il terribile scroscio di acqua che entra a dirotto. Il cono non ha tenuto e la pressione idrostatica esterna lo ha ricacciato dentro la barca. Ma stavolta ho l'ammaestramento della volta precedente. Non mi spavento. Cerco uno straccio adatto, di tessuto molto grosso e robusto. Prendo la mazzetta da 5 chili. Torno alla falla e recupero il cono saltato. Stavolta faccio con calma. Avvolgo lo straccio strettamente sul cono adoperando entrambe le mani. Ne viene fuori un aggeggio ben avvolto e stretto, intanto l'acqua continua a scrosciare, che incubo, ancora ne ho l'orribile rumore nelle orecchie. Poi infilo il cono nel foro e stavolta ci do di mazzetta finche' il cono non riesce piu' a procedere. Stavolta l'ho cacciato dentro con tale possanza che quando si trattera' di toglierlo, martellandolo da fuori, mi dara' il suo daffare. Il resto della notte e' senza altre sorprese. Io devo combattere contro la paranoia che mi spingerebbe a stare davanti al cono per non perderlo mai di vista e mi impongo di controllarlo invece solo ogni mezzora. Nel corso della notte il vento molla, viene l'alba e il mondo diventa meno angoscioso. Con la luce le paure si ridimensionano e prendo fiducia nella riparazione di fortuna. Ad ogni buon conto annego la testa del cono in un grosso malloppo di stucco epossidico speciale, che fa presa in presenza di acqua. Nella mattinata il tempo migliora decisamente e i due giorni di navigazione mi mancano per arrivare a Las Palmas di Gran Canaria, trascorrono in uno stato d'animo via via piu' sereno. Una volta in porto poi sara' il momento della riparazione, non semplice perche' non era possibile sollevare Ulyxes, il cantiere era sovraccarico di lavoro. E va beh. Che ci vuole. Un po' di inventiva, l'aiuto di Jose' Luis un amico canario che si presta a costruirmi personalmente una sorta di tappo, un sommozzatore sveglio, il toccasana epossidico di cui sopra e insomma il "fattapposta" fara' altre diecimila miglia senza fare una piega. Al prossimo carenaggio provvedero' in maniera piu' definitiva.
L'argomento e' la rottura della presa a mare avvenuta la notte del 24 ottobre 2011, e l'apertura conseguente di una falla importante nello scafo di Ulyxes.
Come molti racconti del terrore eravamo in una notte buia e tempestosa, magari tempestosa e' eccessivo, pero' navigavo gia' da diverse ore bolinando contro un vento di 20-25 nodi, la notte era buissima e le onde di tutto rispetto. Il fracasso del mare contro lo scafo era molto forte, a bordo tutto gemeva e strideva, avevo perfino spento Sancho, il generatore eolico perche' il suo sibilo aumentava il rumore generale con una nota acuta angosciosa. Non timonavo perche' a questo pensava Scipio, il mio timone a vento, che pero' non era piu' fido come una volta. Le modifiche che avevo apportato non erano ancora a punto, solo le sollecitazioni della navigazione in mare agitato potevano tirar fuori le magagne, cosi' come stava avvenendo. La sua regolazione era ancora difficoltosa e lui era ancora talvolta inaffidabile. Lo era al punto da provocare, inopinatamente, delle strambate che non avevano avuto conseguenze serie perche' io tengo sempre rizzate le ritenute del boma il quale, in caso di strambata appunto, viene comunque tenuto in posizione di sicurezza, e non puo' spazzare il ponte e il pozzetto come un ariete impazzito. Quindi non sono esattamente tranquillo. Posso anche dire con onesta' che ancora non mi ero riabituato alla navigazione in solitario. Prima di partire pensavo che nello spazio di alcune giornate di navigazione si sarebbe ricreato quel sodalizio tra me, la barca e gli elementi di cui tanto avevo gioito durante il mio viaggio precedente. E invece il processo e' stato molto piu' lungo e, a tratti, tormentato. Torniamo quindi a quella notte. Ho lasciato il fracasso del pozzetto per avere un po' di pace al riparo, in quadrato. Credo fosse circa l'una di notte. Dentro la barca i rumori esterni arrivano attenuati mentre si sentono ovviamente quelli interni. Il rumore dell'acqua che scorre contro lo scafo e' presente ma attutito. C'e' un altro rumore d'acqua in movimento, e' quello dell'acqua che sta in sentina, risultato della non ermeticita' di un oblo' che ancora non sono riuscito a sigillare. Non e' molta, a dir tanto il contenuto di due secchi. Pero' il continuo beccheggio della barca fa si che questa poca acqua scorra avanti e indietro provocando un rumore caratteristico, come di ruscellamento, Lo conosco. Non mi preoccupa, la via d'acqua e' piccola e non e' suscettibile di crescere. Periodicamente sgotto con la pompa di sentina che pero' non e in grado di vuotare totalmente la sentina stessa, un fondo resta sempre, ed e' appunto quello che genera lo sciacquio. Sono al tavolo di navigazione, assicurato con l'apposita cinghia per evitare di essere catapultato in occasione dei movimenti piu' selvaggi. In mezzo a tutti gli altri rumori sento una nota diversa nel ruscellamento della sentina. Aguzzo l'udito, mi dico che non c'e' nulla di anomalo, e' il solito rumore. Passa forse un secondo, lo risento, e' diverso dal solito. Scendo in quadrato e sollevo un pagliolo per controllare. Nel fondo della sentina l'acqua sembra la solita, siamo al buio e voglio disperatamente credere che sia cosi'. Ma, essendomi avvicinato, risento meglio il rumore. E' piu' avanti, non e' in sentina. dio, ma e' sotto i paglioli della cabina di prua, col pagliolo sollevato si sente uno scroscio spaventoso, l'acqua sta entrando in barca in grande quantita' e il livello in sentina sta salendo velocemente. Il cuore mi batte all'impazzata, la barca ha una via d'acqua enorme, lo capisco al volo dal rumore e dalla velocita' con cui sale il livello in sentina. Metto in azione le pompe e, freneticamente sposto i bidoni da 25 litri di gasolio che ho riempito a Gibilterra come riserva per l'attraversamento a motore della zona delle calme equatoriali. Sono pesanti ma nell'urgenza della situazione li sollevo come piume dopo averli slegati gli uni dagli altri. Sollevo il primo pagliolo e vengo letteralmente investito dal getto d'acqua che viene da un buco nello scafo. Resto una frazione di secondo inebetito. E' una immagine che non rientra nella logica della mia mente. Non puo' esserci un buco nello scafo della mia bella barca in acciaio ad alta resistenza. Dove c'e' la falla c'era prima un tubo di acciaio inox, che come tappo ha il sensore del solcometro. Normalmente stava laddove ora c'e' il buco che vomita acqua. Invece ora sta reclinato, di fianco, lasciando aperto un foro di circa cinque centimetri di diametro nella carena. E l'acqua si sta precipitando dentro attraverso questo foro. In quei momenti la mente elabora a velocita' inaudite. Il tempo si dilata e un secondo diventa lunghissimo. Mentre cerco di fare ordine nelle idee e nelle emozioni, faccio l'unica cosa possibile al momento, pongo il palmo della mano a chiudere il foro e impedisco all'acqua di entrare. La barca intanto continua a navigare, Scipio, ignaro, fa del suo meglio per tenerla di bolina, e il vento e le onde continuano col loro fracasso. Io solo laggiu', inginocchiato e quasi al buio, con una mano ostacolo l'ingresso dell'acqua e per un attimo mi vedo perso. La mia solitudine diventa un simbolo di morte. Sento come una sofferenza fisica la mancanza di un mio simile che mi aiuti. Ho il cuore che sembra voglia scoppiarmi nel petto. Cerco di darmi una strategia. Sono attimi di angoscia essenziale, non c'e' spazio per altro. Ma poi, e sto parlando di secondi, lunghissimi, ma attimi, fulminei, faccio l'appello mentale delle risorse sulle quali posso contare per uscire da questo casino. So che per questi casi, sempre con l'idea che mai ne avro' bisogno, ho preparato, in un posto molto a portata di mano, dei coni di legno di varia misura. Dovro' recuperarli, dovro' recuperare il martello, dovro' portare il tutto dove e' il foro, infilare il cono della misura adatta nel foro stesso e martellarlo a morte, finche' esso non sia piantato solidamente ad ostruire la falla. Devo fare questo senza errori, non devo fare un benche' minimo passo falso, niente mi deve cadere di mano, ormai la sentina e' piena d'acqua e non troverei piu' nulla. Faccio mentalmente il percorso piu' veloce e sicuro, visualizzo dove mettere i piedi, metto bene la pila portatile in tasca, non mi deve cadere. E poi, la cosa piu' difficile, devo decidere quando partire. Sono ben conscio che dal momento in cui togliero' la mano la cateratta si riaprira', mi si spacchera' il cuore a risentire quello scroscio dentro la barca. Ma non ho scelta, non c'e' la mano di un altro pronta a rilevare il mio posto. Sono solo. Respiro profondamente, mi concentro, ho un solo pensiero, fare velocissimamente ma senza errori, se sbaglio qualcosa potrei non avere un'altra possibilita', almeno cosi' mi sembra. Parto. Lascio dietro di me la colonna d'acqua che entra in pressione, salto in plancia, apro lo stipo sotto il tavolo di navigazione e prendo i coni, vado a destra piu' in alto, apro il contenitore degli attrezzi lunghi e prendo il martello. Mi rigiro con freddezza, ripercorro la strada all'indietro, con calma studiata, non devo incespicare sui paglioli sollevati alla rinfusa. Torno alla falla mettendo subito la mano per ostruirla. Sto un lungo istante a prendere fiato. Ora sento di avere delle possibilita' da giocare, l'angoscia si allenta. Ora il punto e' far bene il lavoro, bisogna otturare la falla in modo che non si riapra. Prendo il cono piu' grosso e provo ad infilarlo nel foro, in mezzo ad un festival di spruzzi ma, il diametro e' insufficiente. Di poco. Recupero uno straccio, sempre tenendo la mano destra sul foro e in qualche modo, con la sola mano sinistra, lo avvolgo intorno al cono, lo infilo nel foro e comincio a dare di martello. Questa volta il diametro e' sufficiente. L'acqua non entra piu' a fiotti. Resta un insignificante trafilamento. Resto interi minuti a fissare il cono che adesso protrude orgogliosamente, e' piantato con forza nel foro e col passare del tempo si imbibira' completamente gonfiandosi e facendo ancora piu' forza contro il foro. Mi dico queste cose mentre comincio ad accorgermi che mi tremano le mani. Anzi, tremo un po' tutto, ma forse e' perche' mi sono inzuppato i vestiti. Mi sposto al tavolo di navigazione per fare il punto della situazione, per controllare che cosa sta succedendo fuori, perche' il mare e' sempre molto grosso ed il vento sempre rabbioso, e bisogna che qualcuno segua la navigazione. Passa una diecina di minuti. Ogni tanto controllo il tappo. Tutto a posto. Mi accingo ad uscire in pozzetto per controllare fuori. Sono sulla scaletta e di nuovo il terribile scroscio di acqua che entra a dirotto. Il cono non ha tenuto e la pressione idrostatica esterna lo ha ricacciato dentro la barca. Ma stavolta ho l'ammaestramento della volta precedente. Non mi spavento. Cerco uno straccio adatto, di tessuto molto grosso e robusto. Prendo la mazzetta da 5 chili. Torno alla falla e recupero il cono saltato. Stavolta faccio con calma. Avvolgo lo straccio strettamente sul cono adoperando entrambe le mani. Ne viene fuori un aggeggio ben avvolto e stretto, intanto l'acqua continua a scrosciare, che incubo, ancora ne ho l'orribile rumore nelle orecchie. Poi infilo il cono nel foro e stavolta ci do di mazzetta finche' il cono non riesce piu' a procedere. Stavolta l'ho cacciato dentro con tale possanza che quando si trattera' di toglierlo, martellandolo da fuori, mi dara' il suo daffare. Il resto della notte e' senza altre sorprese. Io devo combattere contro la paranoia che mi spingerebbe a stare davanti al cono per non perderlo mai di vista e mi impongo di controllarlo invece solo ogni mezzora. Nel corso della notte il vento molla, viene l'alba e il mondo diventa meno angoscioso. Con la luce le paure si ridimensionano e prendo fiducia nella riparazione di fortuna. Ad ogni buon conto annego la testa del cono in un grosso malloppo di stucco epossidico speciale, che fa presa in presenza di acqua. Nella mattinata il tempo migliora decisamente e i due giorni di navigazione mi mancano per arrivare a Las Palmas di Gran Canaria, trascorrono in uno stato d'animo via via piu' sereno. Una volta in porto poi sara' il momento della riparazione, non semplice perche' non era possibile sollevare Ulyxes, il cantiere era sovraccarico di lavoro. E va beh. Che ci vuole. Un po' di inventiva, l'aiuto di Jose' Luis un amico canario che si presta a costruirmi personalmente una sorta di tappo, un sommozzatore sveglio, il toccasana epossidico di cui sopra e insomma il "fattapposta" fara' altre diecimila miglia senza fare una piega. Al prossimo carenaggio provvedero' in maniera piu' definitiva.
mercoledì 9 maggio 2012
Avventure di pesca
In navigazione la pesca e' un passatempo simpatico e, alle volte, succulento... e stamane, secondo giorno di traversata da Antigua a Gibilterra, avevo filato la mia lenza con la speranza ovvia di qualche cattura interessante. Gia' ieri avevo ferrato un grosso pesce ma, quando l'ho tirato sotto la poppa ho visto, per via di certi dentacci acuminati, che si trattava di un predatore di una specie a me sconosciuta. In queste acque esiste un problema che si chiama "ciguatera", e' una grave intossicazione alimentare che puo' essere causata dal cibarsi di pesci predatori che si nutrono di altri pesci che vivono nella barriera corallina e che, a loro volta, si nutrono di un tipo particolare di alga, la quale contiene una tossina che ai pesci non fa male ma agli umani crea dei gravi danni neurologici. Nel dubbio potesse trattarsi di un predatore di scogliera e non uno pelagico, ho deciso che non l'avrei mangiato, ho dato alcuni scrolloni violenti alla lenza e il suddetto predatore, magari con un po' si male alla dentatura, si e' liberato ed e' fuggito via. Dicevo appunto che stamane ho filato di nuovo la lenza, la distanza dalla costa era ormai sufficiente per stare tranquilli dai rischi di ciguatera. Mentre la barca fila, si fa per dire, ai sui bei tre nodini, e io sto leggendo sdraiato in pozzetto, di sfuggita, do' un'occhiata alla lenza e, perbacco, non e' sulla scia della barca come al solito, e' tutta spostata sulla destra. Ma allora c'e' un pesce. E dev'essere anche di bella taglia. Salto su, prendo la lenza in mano e mi rendo conto che la trazione e' notevole. Entusiasmo alle stelle. Comincio a lavorare la mia preda. Recupera, molla quando il pesce tira violentemente, recupera di nuovo quando lui molla, e cosi' per lungo tempo, il pesce e' grosso, forte e resistente. Intanto mi torna alla mente un episodio accaduto tanti anni fa in una traversata dalle Azzorre a Cagliari. In quell'occasione, dopo una lotta durata un'oretta, estenuante ed emozionante, tirai su un tonno che era tanto pesante che non riuscivo neppure ad issarlo a bordo. Non mi era mai capitato prima di catturare una preda cosi' grande. Ero felicissimo. Eravamo in due a bordo, mangiammo tonno tre o quattro volte e poi, non avendo frigo e non potendo mangiare sempre tonno, fini' che la gran parte di quel magnifico animale fu ributtata in mare e io provai una grande pena per averlo ucciso senza un vero e valido motivo. Questi pensieri mi attraversavano la mente mentre ero impegnato a recuperare quest'altra preda, non cosi' grande, ma ancora piu' bella dell'altra. Man mano che recuperavo la lenza ho riconosciuto una corifena, doveva pesare almeno una decina di chili. Ogni tanto intravedevo l'azzurro e l'oro della sua livrea. Tirava con grande energia. Nuotava praticamente di fianco alla barca, tenendo sempre la lenza tesa al massimo. Man mano che la tiravo piu' vicina sentivo che l'entusiasmo e la partecipazione stavano diminuendo in me, lo spirito predatorio doveva fare i conti col ricordo di quel tonno sciupato tanti anni fa. La corifena era sempre piu' vicina ed io mi chiedevo che cosa ne avrei fatto. Certo oggi e domani sarebbe stata corifena a pranzo e a cena ma poi? Il frigo e' pieno di provviste irrinunciabili, necessarie alla lunga traversata appena iniziata e non c'e' alcun posto libero. Intanto la magnifica preda, con i suoi azzurri ed i suoi ori, era ormai a poppa della barca. Era bellissima, enorme, con quella sua gola spalancata che lasciava intravedere dei colori rosa e bianchi. E gli occhi. Quegli occhi cosi' vivi ed espressivi. Sembrava di leggerci tutto lo stupore di un essere che, inaspettatamente, si trova senza piu' la sua liberta'. Si agitava da matti ma io continuavo, per forza d'inerzia, con l'operazione di recupero. L'ho anche toccata col rafio senza riuscire ad arpionarla tanto si agitava. Infine, con uno scatto prodigioso e' saltata fuori dall'acqua e nel ricascare ha letteralmente strappato l'ancoretta dall'esca finta. E' rimasta immobile, libera, forse incredula e poi, con un guizzo e' scomparsa nelle profondita'. Ho avuto un attimo di rammarico, niente pesce fresco per oggi mi sono detto. Ma subito dopo ho provato una grande liberazione, una grande felicita', quegli azzurri e ori, quei grandi occhi che ho visto vicinissimi, erano ancora in mare, nel loro mondo, vivi e splendidi ... e io ho comunque tante altre cose di cui nutrirmi.
martedì 20 marzo 2012
Le Marin
Ci siamo ragazzi, siamo in Martinique. Siamo ormeggiati in un posto bellissimo con le mangrovie come nostre dirimpettaie, in uno specchio d'acqua liscio come un lago. Che sensazione meravigliosa di appagamento. In questo momento, con un bicchiere di cannonau in una mano e la pipa nell'altra, sto godendo di uno di quei rari momenti della vita nei quali senti di non poter chiedere nient'altro (oddio, poi qualcosina magari ci sarebbe da chiedere, ma a tempo e a luogo..). Che emozione entrare nella laguna, trovare i segnali che e' scritto ci debbono essere, seguire i canali navigabili, evitare le secche e le mille trappole di questo posto che, non a caso, si chiama "Cul du sac du marin". Immagino cosa deve essere stato, secoli fa, entrare in questo posto posto senza carte, segnali, portolani e quant'altro ho avuto a disposizione io per arrivare all'ormeggio senza fare casini. I marinai di allora avevano davvero degli attributi da misurarsi in metri cubi. Noi abbiamo una quantita' di mezzi a disposizione che fanno di noi ben poca cosa di fronte a quei grandi. E ciononostante e' sempre un bellissimo momento quando tu spegni il motore, chi ti ha aiutato ad ormeggiare se ne va e resti solo con la tua barchetta ed il cumulo di emozioni delle ultime ore ti sovrasta e tu fai fatica a districarti tra realta', sentimenti e visioni. La notte l'ho passata qui, davanti a Le Marin,a fare avanti e indietro nell'oceano che, benigno, anche lui sembrava dire:- Guarda, ti sto trattando come un principe, devi solo fare trascorrere queste ore che mancano all'alba, dormicchia, se vuoi, con un occhio sempre vigile, perche' all'alba devi portare a termine questa traversata e condurre te ed Ulyxes al sicuro, non fa niente se l'avvolgifiocco e' disastrato, se il plotter non funziona a dovere, se Cacao ha dichiarato sciopero, se hai sempre timore che Giovanni ti tiri un altro tiro mancino, sa hai sempre la pistola lanciarazzi a portata di mano e fai di tutto perche' nessun malintenzionato possa seguire le tue tracce. Tutto questo fa come se non esista, io ti aiuto con delle condizioni ideali, e tu fai quel che devi per portare te e la tua barchetta in un porto sicuro. E cosi' e' stato. E tutti i 28 giorni di traversata si condensano in questo momento di rara e impareggiabile bellezza, dove ogni cosa e' perfetta.
domenica 19 febbraio 2012
La riparazione di Giovanni
Evviva evviva! Ho la scodella col pranzo in mano e con l'altra scrivo al computer, mentre risuona dentro Ulyxes la musica che desideravo tanto sentire: Giovanni che ronfa quieto e sereno dopo essere stato assoggettato a tante amorevoli cure in questi giorni che, per me, sono stati molto faticosi e carichi di tante ansie e preoccupazioni. Quasi non riesco a crederci. Dopo il penoso rientro a Salvador, sono pronto a ripartire. Una settimana fa non ci avrei scommesso un soldo e, come me, nessuno dei marinai conosciuti qui al marina avrebbe scommesso. E invece, grazie forse all'intervento di Yemanja' (!?), tutte le tessere del mosaico sono andate al loro posto e ora ...Giovanni ronfa sotto il pagliolo che e' una gioia sentirlo. Ma che fortuna che il problema sia sorto a poca distanza da Salvador, che avessi a bordo i pezzi peculiari di questo motore, che sia riuscito a far revisionare la testata e gli iniettori l'ultimo giorno prima di carnevale, che qui blocca ogni attivita' per ben sei giorni e che gli innumerevoli, piccoli e grandi problemi che ho incontrato nel riassemblaggio abbiano trovato sempre una soluzione. In questo percorso ho anche avuto l'aiuto disinteressato e solidale di alcune persone di qua e, in special modo, l'amico Dorival, un navigatore brasiliano che si e' fatto letteralmente in quattro per far da tramite linguistico e che mi ha anche dato un grande supporto umano. Per non parlare di Lello che, dalla sua officina di Decimoputzu, mi ha dato supporto tecnico on-line. Devo dire che anche qui, tra gli altri navigatori, ci sono stati grandi sorrisi e congratulazioni quando il motore ha fatto sentire la sua voce, in effetti, una volta terminato il lavoro, mi guardano tutti con occhi grandi cosi', non e' usuale vedere effettuare questo tipo di riparazioni dallo skipper in persona. E gli amici di Cagliari? Ogni sera il loro sostegno e la loro fiducia mi arrivava via Echolink (grazie ancora Roby!) e mi aiutava a vincere lo scoraggiamento che in qualche momento mi prendeva. Ora questo e' gia' nel passato. Sto organizzandomi per la partenza, ho una grandissima voglia di misurarmi di nuovo con la fortissima corrente del Brasile ma, forte dell'esperienza della prima partenza, ho una strategia e spero di riuscire a farcela ad arrivare la', a nord, dove la corrente contraria si trasforma in una corrente a favore che mi spingera', con gli alisei, verso la Martinica, dove rivedro' una persona a me tanto cara e cosi' importante nella mia vita. Ora lascero' la barca per andare a vedere le sfilate di carnevale, voglio riempirmi gli occhi e il cuore di sensazioni e di colori e chiudere in maniera degna questo periodo di forzato rientro in Brasile.
domenica 12 febbraio 2012
Falsa partenza
Eccomi di nuovo all'ormeggio a Salvador, il mio viaggio verso Nord e' durato poco piu' di due giorni, due giorni molto intensi sia dal punto di vista fisico che emozionale. Ero partito con la barca molto ben preparata, man mano che procedo divento piu' bravo nel fare solo le provviste che servono e nello stivaggio generale, per cui la barca era davvero in ordine, ben diversa da quella che avevo ripreso nei video fatti all'inizio del viaggio. Sono partito gia' sapendo che il tratto da Salvador fino a Recife, grosso modo fino allo spigolo NE del Brasile, sarebbe stato duro. Le Pilot Charts americane, quelle usate da tutti i naviganti, danno una corrente contraria di 0.5 nodi e venti prevalenti da NE ed E. Con queste premesse sarebbe stato un lento procedere di bolina per coprire le prime centinaia di miglia. Successivamente si preannunciava invece un navigazione in favore di vento e corrente, una goduria solo a pensarci. Appena uscito dalla baia di Salvador si e' presentata una situazione inaspettamente favorevole, l'oceano somigliava al nostro Mediterraneo d'estate, ondine deliziose, un blu profondo e.... il vento da SE! Non potevo crederci ma andavo, tutte le vele a riva, intorno ai 4 nodi e in rotta perfetta! E la famosa corrente del Brasile che porta verso sud? Beh, sicuramente mi stava togliendo velocita' ma, di tutta evidenza, la situazione non pareva cosi' catastrofica come l'avevano riportata alcuni equipaggi che erano rientrati dopo un vano tentativo di andare a nord. E' vero che non riuscivo ad allontanarmi dalla costa come avrei voluto. Ma andava bene cosi'. Gia' pregustavo una risalita veloce verso Nord e un arrivo in minor tempo del previsto in Guiana. Ma in barca mai niente e' scontato finche' non sia gia' accaduto. Sono bastate poche ore per cancellare un idillio che era nato tra lo skipper ed il mondo circostante. Innanzitutto, avevo percorso una ventina di miglia, il bel SE, dopo una fiammata che addirittura mi costringe a ridurre la randa, muore e lascia il posto ad una brezza da NE. OK, era nei patti, il vento contrario era parte del contratto... fare dei bordi era nelle previsioni. E cosi' inizia una serie di prove e di tentativi per fare il bordeggio, cioe' risalire il vento contrario, effettuando dei percorsi di bolina che, in condizioni normali, Ulyxes riesce a fare mantenendo circa 50 gradi dalla direzione del vento. In altre parole, col vento da circa 060 avrei dovuto tenere una rotta di circa 110 gradi. La mia rotta era 180 gradi! Andavo verso Sud invece che verso Nord! Bel risultato! Beh, proviamo a risalire il vento dall'altra parte. E cosi' ecco che Ulyxes segue una rotta di 320 gradi, che porta verso ... Salvador. Non credo ai miei occhi, ad ogni bordo invece che guadagnare verso nord mi trovo spostato verso sud. Stare all' ancora, fondali permettendo, sarebbe piu' conveniente che navigare. Vi giuro che, complice la notte in bianco, comincio a dubitare delle mie facolta'. E' vero, ho mezzo nodo di corrente contraria, ma che bordeggiando retroceda invece che avanzi non torna. E cosi' trascorro molte ore facendo vani tentativi di regolazione di vele, di andature diverse, ma tutte ottengono il risultato che scadiamo sempre di piu verso sud. Entro un po' nel pallone. Prendo un foglio di carta, faccio il triangolo dei vettori, corrente 0.5 nodi, velocita' barca tre nodi circa, scarroccio causato dal vento e, no, non e' possible che io vada verso sud. Che cosa diamine succede! Non capisco piu' niente di navigazione elementare? Ammaino le vele e accendo il motore e assumo la rotta prevista e... facciamo nemmeno due nodi! Ma come, Giovanni non e' mai stato un mostro di potenza, ma a questi regimi mi aveva sempre assicurato almeno 4 nodi, se non 4,5. Mi viene anche la balzana idea che stia trascinando qualcosa che impedisce di fare velocita'. Le ore stanno passando, non avanzo e mi sento un po' in un vero cul de sac. Che fare? Mi lascio trascinare fino a Rio de Janeiro?! La stanchezza mi annebbia un po' le idee. Spengo il motore sono a secco di vele e mi prendo una pausa per ragionare. E l'arcano trova l'unica spiegazione che io, nel mio intimo, avevo rifiutato fino ad allora. Con la barca che galleggiava come una papera, in un mare meravigliosamente calmo che invogliava a fare il bagno, il plotter segnava una velocita' di 2,5 nodi. Non ci volevo credere. Senza vele e motore Ulyxes andava via verso sud ad una velocita' che era piu' della meta' di quella che il motore poteva darmi. E i 0.5 nodi di corrente dati dalle Pilot Charts? Disperatamente errati per difetto. E ora? Le correnti non cambiano che molto lentamente. Dovevo fare i conti con questa incredibilmente forte corrente del Brasile. Il vento aveva ruotato ad Est e allora mi restava di fare una prova. Vela piu' motore. E cosi', con una serie di tentativi, finalmente, riesco ad ammansire gli elementi e Ulyxes fa rotta 020, non esattamente quello che serve ma nemmeno troppo discosta. La velocita' e' superiore ai 3 nodi. Faccio i conti, a dati costanti il gasolio che ho a bordo mi basta per le circa 120 ore che stimo mi servano per arrivare in aree dove il vento e la corrente siano meno sfavorevoli. Un po' si sollievo arriva a lenire la mia stanchezza e il disappunto. Almeno ho una strategia per tirarmi fuori dagli impacci. Giovanni gira regolare, io cerco di schiacciare dei pisolini in pozzetto, sempre tenendo d'occhio le tante navi in transito. Verso le 4 del mattino il vento rinforza un poco, vado per ridurre i giri del motore ma, improvvisamente, un rumore metallico mi raggela il sangue. Riduco i giri ed il rumore si attenua. Riporto un po' su i giri ed il rumore ritorna. Spengo immediatamente. La disperazione mi assale. Vorrei piangere ma non ci riesco. Che cosa fare? Senza motore non riesco assolutamente a procedere. Come in un lampo, mi tornano alla mente i giorni in cui, nel Golfo di Biscaglia, ebbi un' avaria che mi costrinse a ritornare a La Coruna. Anche li' che delusione! Debbo rientrare a Salvador a vela. Per fare questo vento e corrente sono in mio completo favore. Inverto la marcia, e mi metto a fare a ritroso le 25 miglia fino ad allora cosi' faticosamente percorse. Mille pensieri neri mi hanno attraversato in quelle ore. Il motore da riparare a Salvador, il denaro che sarebbe stato necessario, le difficolta' ambientali di un luogo dove, e' ben risaputo, l'approfittarsi del navigatore di passaggio e' sport molto comune. Il tempo necessario per ultimare i lavori mentre a fine marzo ho un appuntamento in Martinica che non voglio mancare, costi quel che costi. E Martinica non e' dietro l'angolo. Con le ore, mentre conduco la mia navigazione, ora veloce e piacevole dal punto di vista nautico, con la massima precisione possibile, comincio a ragionare un po' meno emotivamente. Esamino le varie ipotesi di avaria. Penso e ripenso a come il motore abbia generato quel rumore. Forse per darmi coraggio, faccio anche ipotesi meno catastrofiche di quelle iniziali. Intanto l'imboccatura della baia di Salvador si avvicina, l'ingresso non e' difficile ma non sono ammessi errori, se per qualche motivo non riesco ad entrare e' finita. Se dovesse cambiare il vento o se questo dovesse cessare verrei trascinato verso costa piu' a sud di Salvador. Controllo la marea, per fortuna e' entrante. Devo stare vicinissimo alla riva dell'oceano. Se restassi senza vento verrei comunque risucchiato dentro. Ma devo stare vicinissimo, quasi a sfiorare le rocce sopravvento. Molto piu' vicino di quanto mai farei in condizioni normali, l'occhio fisso sull' ecoscandaglio, carte alla mano e pronto a cogliere variazioni del colore dell'acqua segnalante fondali pericolosamente ridotti. Sfioro il faro di Barra, entro nella baia. Sono dentro e non c' e' il rischio di tornare fuori. Comincio a respirare piu' normalmente. L'ancora penzola a prua. Ci sono 10/15 metri d'acqua, nella peggiore delle ipotesi affondo l'ancora e almeno sto fermo e non vengo trascinato dalla corrente della marea montante che e' di oltre 2 nodi. Sfilo lungo la sponda della baia dove sorge Salvador. Che differenza di stato d' animo rispetto a quando percorsi questa rotta arrivando dopo la traversata da Capo Verde! Comunque il peggio puo' ancora capitare. Il vento e variabilissimo, si va dalla calma alle raffiche, qualche volta gira e minaccia di portarmi in costa. Devo puntare il molo di sovraflutto del porto mantenendomi quanto piu' possibile sopravvento, anche qui, se lo manco sarebbe poi impossibile entrarci perche', se lo sorpasso, con queste condizioni di vento e corrente non avrei modo di risalire. Ammaino la randa. Col solo fiocco e' piu' facile gestire la barca, anche se la manovrabilita' e la velocita' ne risentono. Mentre procedo osservo bene la riva, devo avere in ogni momento un piano per un ancoraggio alla disperata se le cose dovessero girare male. Il molo si avvicina. Mi preparo ad entrare sfruttando il poco abbrivio che ho. Se riesco ad entrare nel porto posso gettare l'ancora dove capita e, se non altro per liberare l'area, sempre molto congestionata di traffico marittimo, qualcuno mi rimorchiera' . Pero' ormai, rotto per rotto, c'e' ancora Giovanni. Lo metto in moto, parte regolarmente, ingrano la marcia al minimo, avvolgo il fiocco e, senza ulteriori difficolta', ormeggio Ulyxes allo stesso pontone dal quale sono partito appena due giorni prima. Una volta al sicuro l'ansia che mi aveva attanagliato per ore si allenta. I vicini di barca sono tutti molto solleciti, solidali, vogliono sapere tutto, un domani potrebbe capitare anche a loro. Uno mi porta del pane fresco, un'altro mi invita una birra gelata e, insomma, si puo' cominciare a far pace col mondo. In fondo sono al sicuro a Salvador. Solo poche ore prima non era affatto scontato!
In tutte queste peripezie mi e' stato di grande conforto la vicinanza degli amici radiamatori e di uno in particolare, grazie Roby.
PS dopo aver ormeggiato ho provato a fondo Giovanni e gira regolarmente senza rumori strani. Ho una possibile diagnosi, se essa dovesse rivelarsi esatta ho in barca i ricambi per fare la riparazione. Ma questo e' un altro film. Ne riparleremo.
In tutte queste peripezie mi e' stato di grande conforto la vicinanza degli amici radiamatori e di uno in particolare, grazie Roby.
PS dopo aver ormeggiato ho provato a fondo Giovanni e gira regolarmente senza rumori strani. Ho una possibile diagnosi, se essa dovesse rivelarsi esatta ho in barca i ricambi per fare la riparazione. Ma questo e' un altro film. Ne riparleremo.
lunedì 6 febbraio 2012
In ricordo di Sandro IS0MYN
Ancora oggi, ad un anno di distanza dalla sua scomparsa, quando penso a Sandro, ho un motto di incredulita'. Come credo capiti un po' a tutti, quando una persona, che e' molto presente nella nostra vita muore, c'e' una parte della nostra mente che rifiuta la realta'. E Sandro, in particolare durante il periodo della mia prima avventura in barca a vela, era stato enormemente presente e assiduo. Non da solo certo, ma era un punto di riferimento costante, sempre pieno di idee, entusiasta di dare il suo contributo tecnico ed umano. La sua natura era schiva e lui era uomo spesso di poche parole, ma in sua compagnia si stava bene. Il suo ricordo e' presente molto spesso durante i miei QSO di questo viaggio, e torna allora il rimpianto per la morte cosi' inaspettata e prematura di un amico caro.
Ciao Sandro, conservero' di te un ricordo bellissimo come amico e come collega radioamatore.
Ciao Sandro, conservero' di te un ricordo bellissimo come amico e come collega radioamatore.
mercoledì 1 febbraio 2012
Inno al turafalle
Ieri nelle more dei controlli e lavori da fare prima della partenza, mi sono deciso a mettere mano alla valvola di scarico del, pardon, wc. Da tempo si apriva solo parzialmente e, ancora pardon, capite che una valvola di scarico del wc puo' creare qualche fastidioso inconveniente. Andava sistemata. E cosi' me le sono inventate tutte, olio, grassi vari, ripetuti movimenti della leva avanti e indietro ma niente, lei imperterrita si apriva di pochissimo. Mi immaginavo quando, fra non molto, sarebbe venuta a trovarmi una persona a me molto cara. Tesoro fai attenzione, la carta...pochissima, un foglietto alla volta, e altre inenarrabili avvertenze. Roba da far diventare stitici per paura dell'immondo ingorgo del wc. Dopo tanti tentativi, tutti infruttuosi, si era fatto tardi e me ne sono andato a dormire. Gli incubi notturni avevano tutti soggetto scatologico, l'ingorgo assumeva i contorni del dramma. Riempiva la barca e mi costringeva a dichiarare emergenza m...da. Complice la birra bevuta a cena, durante la notte mi alzo per "espletare". Sollevo il coperchio del, arripardon, wc e ... era pieno d'acqua! La perfida valvola aveva deciso non solo di aprirsi poco ma anche, da chiusa, di far trafilare dell'acqua di mare. Ohibo', stavolta era proprio un problema serio. Si e' aperta la fase del panico. Cosa faccio? Compro una nuova valvola, faccio sollevare la barca e la sostituisco? Si certo! Ma se non ho la piu' pallida idea perfino di come si dice valvola il brasiliano. E la gru? Bisogna spostarsi in un altro porto. E la spesa? Un vero film di guerra. Mi sono sentito nella cacca, quella vera. L'acqua che entrava non era molta ma ero in piena depressione. Ho allora deciso di prendermi un momento di riflessione. Si erano fatte le nove, ho preso il piccolo traghetto che si ormeggia proprio vicino ad Ulyxes e ho fatto una visita all'isola di Itaparica, qui di fronte. Ho visitato l'isola e intanto il mio pensiero andava sempre alla stramaledetta valvola. Intorno alle tre sono tornato e, miracolosamente, mi e' venuta la voglia di dimostrare alla suddetta valvola che avevo ancora qualche carta da giocare, ancora non era detto che non riuscissi a trovare la soluzione. Vado alla barca di un tedesco che vive qui in barca, lui conosce bene Salvador, mi avrebbe sicuramente aiutato. Busso alla barca. Niente. Nessuna risposta. Ribusso. Ancora niente. Guardo in coperta e vedo DUE paia di scarpe ordinatamente poste davanti all'ingresso. Un paio grandi e uno, da donna, piu' piccolo. Capisco al volo e mi allontano velocemente, per evitare spiegazioni imbarazzate. Torno su Ulyxes, prendo le misure della valvola, ne prendo con me una piccola, che avevo disponibile, per campione. Vado al negozio di ferramenta qui vicino e, in qualche modo, sicuramente comico, visto quanto rideva il commesso, gli faccio capire cosa mi servisse. Lui mi spiega che non ce l'ha ma mi da le indicazioni per raggiungere un negozio che fornisce pezzi ai pescherecci. Ci vado e trovo, miracolo, la valvola. Torno in barca e cerco e trovo una vecchia conoscenza. Proprio quel famoso cono di legno che aveva salvato la giornata quando lo usai per turare la falla che si era aperta in conseguenza della rottura del passascafo al largo delle Canarie. Interpello un tizio che, in apnea, pulisce le carene delle barche qui al marina e, in mezzo a mille equivoci, riesco a fargli capire che doveva scendere sotto e martellare il suddetto turafalle nel foro dello scarico. Lui ha tentato di tappare altri fori che esistono in carena. Ogni volta avevo il mio da fare per fargli capire che stava tentando di turare il foro sbagliato. Finalmente ha trovato quello giusto. Un trionfo. Ho potuto svitare dall'interno la vigliacchissima valvola che perdeva e montare al suo posto quella nuova. Che goduria. Ora il wc e' tornato alla sua gloriosa funzione senza il minimo problema. Un antico scienziato chiedeva un punto d'appoggio e sarebbe stato in grado di sollevare il mondo con una leva. Io, piu' modestamente, mi accontento di un turafalle di legno per convincere l'acqua del mare a stare fuori dalla barca. In situazioni le piu' diverse.
lunedì 12 dicembre 2011
Da Salvador
Sono passati ormai parecchi giorni dal mio arrivo a Salvador e comincio a orizzontarmi in questa straordinaria citta'. Accantonata un po' la veste di navigatore e indossati i panni del turista, anche se un pochino "sui generis", comincio col dire che mi e' capitata una rara fortuna. Tramite il mio amico navigatore Manfred, ho potuto conoscere alcuni bahiani autentici, stare con loro e conoscere dal di dentro come vivono frequentandoli nel loro ambiente. Innanzitutto mi ha colpito la facilita' dei rapporti e l'apertura verso lo straniero di questi brasiliani, sara' che sono caratteri che appartengono anche a me, ma e' stato del tutto naturale entrare in sintonia e relazionarci. Pensate che ieri abbiamo collaborato, io e Gianfranco, quel mio caro amico venuto a trovarmi, alla traduzione in italiano di una bella poesia che parla fondamentalmente di Manfred e del suo rapporto col mare, scritta da Nelio, un simpaticissimo professore di danza. La poesia era scritta in brasiliano, lui non parla italiano ma, grazie alla sua capacita' comunicativa e con un lavoro collettivo, siamo riusciti a trasporla in italiano, con un risultato che ci e' sembrato davvero godibile. Nei prossimi giorni Nelio verra' su Ulyxes e io lo riprendero' mentre leggera' la sua poesia. Poi metteremo sul sito le immagini e il testo della poesia, desidero proprio mettervi a parte di questa bellissima esperienza. Passata questa parentesi "letteraria", oggi abbiamo visitato la costa a nord di Salvador, una costa fatta di tante spiagge, una di seguito all'altra, bellissime. Sono fatte di una sabbia fine e pulita e sono separate da basse punte rocciose scure. Sono talmente tante che, malgrado i bahiani siano milioni, non erano affatto affollate. Si aprono sull'oceano, ma le loro acque sono calme e tranquille perche' sono protette da bassi fondali e scogliere sulle quali le onde oceaniche si infrangono e smorzano la loro forza, lasciando uno specchio d'acqua sicuro e calmo. Alle spalle le palme da cocco, con i frutti appesi, le cingono con i loro fusti altissimi. Uno spettacolo mozzafiato. Non mi sorprende che tanti italiani si siano stabiliti qui e non vogliano piu' andarsene. Resta sempre il problema, serio, della sicurezza, e' un vero peccato, condiziona la loro vita e, malgrado il grande sforzo da parte delle forze dell'ordine, molto presenti e visibili, ancora tanto resta da fare. Com'e' fatta l'umanita', a causa di una parte, non necessariamente numerosa, la stragrande maggioranza vive sotto un pesante condizionamento. Chissa' se un giorno non conosceremo una societa' migliore, magari piu' giusta, e piu' "umana".
domenica 4 dicembre 2011
L'epilogo di una traversata
E' il pomeriggio del 3 dicembre. Sono arrivato da poche ore a Salvador de Bahia e io e la barca siamo in un tale stato confusionale che, mi sono detto, l'unica cosa sensata da fare e' sedersi , fermarsi, lasciare che piano piano la mente e il corpo tornino ad uno stato di normalita'. Una traversata in solitario crea sempre uno stato d'animo di alterazione della sensibilita' e dei processi mentali, quasi un'effetto dopante che si riassorbe nei giorni successivi all'arrivo. Conosco questo stato, non mi sorprende, e' anche piacevolmente esaltante. Si ha la soddisfazione di aver ultimato una cosa che, quando la inizi non sai mai dove in effetti ti portera', e per quali stadi si sviluppera'. Quello che questa volta e' differente da altre e' l'ultimo giorno, e cioe' gli accadimenti di ieri sera e stanotte. Cominciamo dall'appuntamento di ieri sera con gli amici radioamatori. Eravamo tutti molto contenti, tranquilli. Ormai era solo questione di far passare le ultime miglia e, io per primo, non ci ponevamo la questione che una traversata non e' terminata finche' gli ormeggi non siano assicurati nel porto di destinazione. A dire il vero io, nel mio intimo lo sapevo, ma, obbiettivamente non vedevo grandi problemi a fare quelle ultime miglia. Pensavo piuttosto all'avvicinamento a Salvador, agli apprestamenti per l'atterraggio, alla necessita' di farmi trovare preparato a tutte le eventualita' che la cosa avrebbe potuto presentare. E cosi', vedendo che il vento si manteneva gagliardo, contrariamente alle aspettative e alle statistiche, verso l'imbrunire decido di avvolgere un po' il fiocco. Dovevamo rallentare perche' mantenendo la velocita' che avevamo, ci saremo presentati di fronte all'ingresso della baia troppo presto e avremmo dovuto passare buona parte della notte ad attendere pencolando nell'oceano fuori da qualsiasi protezione. Il vento forte e il moto ondoso lo sconsigliavano. Facevamo quasi sei nodi mentre avrei voluto mantenere circa quattro. Ecco quindi che, con la randa gia' ridotta, dovevo ridurre l'area del fiocco. Gia', ma dopo due giri, l'avvolgifiocco si blocca. Provo con le buone, poi provo con un po' di forza. Nulla da fare il coso non girava. Questo era gia' un problema serio, se non puoi avvolgere il fiocco, gia' eccessivo con il vento del momento, cosa farai in caso di rinforzo? E all'arrivo poi che cosa si fa? Si ormeggia col fiocco tutto aperto? Follia. La preoccupazione mi ha assalito alla gola. E' un'avaria temutissima da chi va per mare. Mi consolo dicendo che al limite lo ammaino e procedero' a motore. Comunque la preoccupazione c'e'. Ho un bel dirmi che l'ammainero', puo' darsi che con tutto quel vento non sia una operazione semplice. Intanto Ulyxes procede di gran carriera e le miglia si consumano in fretta. E' gia' buio e mi viene l'idea di tentare di intervenire sull'avvolgifiocco , magari, mi dico, riesco a sbrogliare la cosa. Mi armo di lampada frontale, attrezzi, buona volonta' e vado a prua. In ultima analisi e' accaduto che la sagola, quella che si avvolge dentro il tamburo dell'avvolgifiocco si era "incasinata". Sin dal passaggio nella ITCZ avevo, in tantissime occasioni, avvolto parzialmente, e poi risvolto, e poi riavvolto il fiocco e la sagola e' riuscita, sa il cielo come, a avere delle volte, che sarebbero dovute essere esterne, all'interno e viceversa, per cui praticamente, quando andavo a tirare per avvolgere, le volte capitate all'esterno strozzavano quelle poste all'interno e il tutto diventava un pacchetto inestricabile. Con la forza di chi sa che e' nella m..rda ho fatto cio' che non pensavo potessi riuscire a fare, ovvero ho svolto l'intero tamburo, una quindicina di giri estraendo tutta i trenta metri di sagola, giro per giro, e poi, cercando di dare ordine al tutto, reinserirla, facendo il lavoro opposto a quello di prima. Due ore di lavoro, fatto piu' a tatto che vedendo realmente cio' che facevo, in questo mi ha aiutato molto la luna. Finalmente torno in pozzetto. Sperando nel miracolo provo, prima delicatamente e poi con rabbia, a riavvolgere il fiocco. Niente da fare. Ero al punto di prima. Non vi nascondo che ero nelle ambasce. Provavo rabbia perche' il sogno di un arrivo da godere si stava trasformando in un arrivo molto problematico. Allora passo all'opzione ammaina mento. Non posso continuare a correre cosi' tanto, devo liberarmi della vela. Una volta ammainato il fiocco mi restera' la trinchetta che, seppur piccola, qualcosa fa in sostituzione del fiocco. Vado all'albero, mollo la drizza del fiocco, vado a prua per tirarlo giu' e... lui non viene giu'. C'e' troppo vento e, malgrado mi appenda con il mio peso alla stoffa della vela, questa non si muove di nulla. Regolo Scipio in modo da sventare la vela completamente, ma il troppo vento fa si che l'attrito che essa trova nello scendere dentro la sua canala la freni inesorabilmente. Mi sento quasi perso. Faccio degli sforzi terribili ma il risultato e' sempre lo stesso. Il fiocco non scende, sbatte come un forsennato ma il maledetto non scende. E adesso poveruomo, mi sono detto, che caspita fai? Avevo visto un caso analogo tanti anni fa in un porto greco e la situazione si e' risolta con un fiocco in pezzi, danni all'alberatura e all'avvolgifiocco. Ed erano in equipaggio, mica in solitario. Mentre la preoccupazione montava mi sono imposto di fermarmi un po' con la questione del fiocco, ero esausto e la stanchezza non aiuta a ragionare. Decido allora di accendere il motore per averlo pronto alla bisogna, non lo accendevo da una diecina di giorni. Giovanni parte bene come sempre. Dopo un paio di minuti pero', di colpo, ammutolisce. Mi e' quasi venuto un colpo. Era chiaramente un problema di alimentazione. Avevo cambiato tutti i filtri del gasolio solo venti ore motore prima per cui non potevo credere al loro intasamento. Comunque, mentre Ulyxes filava a tutta birra sotto il controllo di Scipio, tolgo i paglioli del motore. Attrezzi alla mano apro gli spurghi e, malgrado il buio, e' circa l'una, sento gia' a tatto che cio' che esce non e' gasolio ma acqua sporca di gasolio. Non c'e' scelta, bisogna spurgare. Questa operazione mi ha richiesto due ore di tentativi. In piu di una occasione mi son detto che non ci sarei riuscito. La contaminazione riguardava tutto, filtri (tre), pompe alta e bassa pressione, condotti e restava il dubbio su che cosa stesse realmente provenendo dal serbatoio. Ad ogni tentativo di spurgo e avviamento fallito, facendo violenza a me stesso, mi dicevo che, malgrado sembrasse tutto vano, dovevo continuare a provare. Con un fiocco che non si riavvolge e un motore che non parte sono in un vero cul de sac. Tenta che ti ritenta, facendo raffreddare il motorino d'avviamento ogni tanto, alla fine Giovanni, sputando e tossendo riparte. Si raschia la gola, perde qualche colpo, si riprende, zoppica ancora e poi, gaudio e letizia, riprende a girare tonto tondo, come uno strumento musicale. Credo che in quel momento non ci fosse al mondo niente che desiderassi di piu'. Il morale torna verso il positivo. Mi dico: e un problema e' risolto. E dicendolo stavo dicendomi che anche l'altro problema dovesse essere risolto. In qualche modo dovevo risolverlo. Non potevo accettare di rassegnarmi. Torno fuori in pozzetto. Tirava sempre quel simpatico aliseo a una ventina di nodi che tanto mi rallegrava. Mi piazzo con una mano all'avvolgifiocco e l'altra alla scotta del fiocco, regolo Scipio in modo che il fiocco fosse quanto piu' possibile sventato. Comincio a mollare e tirare alternativamente, cercando di cogliere il momento in cui l'avvolgifiocco sembrava meno in tiro. Miracolo! Dopo i primi tre giri guadagnati con gran fatica, forse perche', finalmente, la volta della sagola che era strozzata dalle altre si era liberata, l'avvolgifiocco si fa leggero e io, velocissimo, prima che il tanghero ci ripensi, lo riavvolgo senza dargli il tempo di capire che l'ho fregato. Si amici miei, sono state ore di ansia che , nel giro di pochi minuti, si sono sciolte in una sensazione di gioia e di soddisfazione infinite. Cio' che sembrava un sogno si era avverato. Sono passato dal buio alla luce in un tempo cosi' breve che non riuscivo a capire se fosse tutto reale (tenuto conto anche del mio stato di prostrazione fisica che era notevole). Che altalena di stati d'animo opposti! Insomma, come diceva un nostro CT della Nazionale di calcio, non dire gatto finche' non ce l'hai nel sacco. Cosi' come quando volavo sapevo che il volo era terminato solo quando era disceso dalla scaletta dell'aeroplano, cosi' una navigazione non e' terminata finche' dei solidi ormeggi non vincolino la barca alla solida terra. Ma che soddisfazione! E non venite a dirmi che somiglia a quella di colui che indossa le scarpe strette apposta. Cosi' dopo aver sofferto come un cane, quando si toglie le dannate scarpe gli sembra di toccare il cielo con un dito... Quando uno si mette in mare spera sempre che certe cose non gli accadano.
PS Certo che stamane, mentre percorrevo le ultime miglia, gia' dentro la baia, ascoltavo il rumore di Giovanni con un'attenzione tutta particolare. Ad ogni buon conto, avevo gia' l'ancora penzolante a prua e, al minimo accenno di tradimento sarebbe andata giu'. Intanto mi sarei fermato in una zona protetta. E poi, con calma, avrei pensato a come uscire dagli impicci. Ma non e' piu' accaduto nulla di meno che perfetto. E alla fine, gia' dentro il marina, una soffiata nel corno da nebbia, il tizio del marina accorre, mi prende gli ormeggi e sono a Salvador de Bahia.
PS Certo che stamane, mentre percorrevo le ultime miglia, gia' dentro la baia, ascoltavo il rumore di Giovanni con un'attenzione tutta particolare. Ad ogni buon conto, avevo gia' l'ancora penzolante a prua e, al minimo accenno di tradimento sarebbe andata giu'. Intanto mi sarei fermato in una zona protetta. E poi, con calma, avrei pensato a come uscire dagli impicci. Ma non e' piu' accaduto nulla di meno che perfetto. E alla fine, gia' dentro il marina, una soffiata nel corno da nebbia, il tizio del marina accorre, mi prende gli ormeggi e sono a Salvador de Bahia.
mercoledì 23 novembre 2011
Ieri notte
Ieri era il 21 novembre e la giornata era trascorsa come le altre da che sono entrato nella fascia di convergenza intertropicale, la ITCZ. Cielo sempre coperto, di quando in quando acquazzoni, alcuni talmente forti da far "fumare " l'oceano, tanta era l'acqua e tale era la violenza della precipitazione. Solo alcuni acquazzoni avevano portato un rinforzo del vento, ma di poco conto. In effetti gia' dall'altro ieri il vento non dava piu' preoccupazione, io mio preparavo sempre al peggio quando osservavo l'acquazzone arrivare o quando me lo mostrava Polifemo, il mio radarino, ma in effetti niente succedeva. Quando arriva la sera, dopo il consueto QSO con gli amici radioamatori, mi chiedo che cosa fosse meglio fare per la notte. C'era un leggero venticello da SE che faceva andare Ulyxes intorno ai tre nodi, quindi era fuori questione andare a motore, il dilemma era se fidarsi e mantenere tutta la velatura o andare sul prudente. La randa aveva in quel momento tre mani( su quattro) di terzarolo ed era davvero un peccato sacrificare la velocita' in quel modo. Sono stato un po' a guardarla e a meditare. Se avessi dato tutta vela avrei sfruttato bene quella brezza e, in definitiva, avrei comunque accelerato l'agognata l'uscita dalla ITCZ. La tentazione era forte. Guardavo in alto e le nuvole non sembravano minacciose. Quasi quasi, mi dicevo, levo le mani di terzarolo e magari riesco a fare 4 nodi o piu'. Ma, dopo molti dubbi, mi decido a lasciare la randa come stava, avrei pero' usato il fiocco tutto aperto. Preso partito regolo le vele e non ci penso piu'. Mi dedico quindi ad Archimede, il piccolo autopilota che uso come testa pensante di Scipio, il timone a vento. Scipio nasce con un "testa" che altro non e' che una pala di leggero compensato marino montato sul dispositivo, potremmo chiamarla la sua "testa di legno". La sua posizione rispetto al vento, da' le informazioni al sistema meccanico per mantenere un angolo costante, da me scelto, rispetto al vento stesso. Monto quindi la testa di legno su Scipio e porto Archimede sul "tavolo operatorio", ovvero il mio tavolo di navigazione. L'operazione e' lunga e complessa, anche perche' Archimede ha tanti piccoli pezzi, e smontare, riparare, rimontare il tutto mentre la barca rolla, beccheggia e si dimena in tutti i modi e' davvero una sfida alla pazienza e allo spirito di organizzazione, guai se qualche piccolo componente rotola via o mi scappa mentre lo maneggio. Comunque, verso le undici e mezzo, l'operazione e' conclusa. Ripongo tutto, controllo fuori. Lo spettacolo e' il solito. Buio pesto, mare un po' agitato ma nella norma, vento leggero. Al radar non ci sono segni di attivita' temporalesca entro le sedici miglia della sua portata. E allora? Si va a dormire con le vele come deciso. Solita sveglia dopo due ore. Ma non l'avrei sentita. Alla una e trenta circa, vengo svegliato da un gran casino in coperta, sono completamentamente intontito dal sonno ma l'inclinazione abnorme della barca non lascia dubbi. Ci sono problemi. Salto fuori cosi' dalla cuccetta cosi' come sono e ed esco con grande difficolta' in pozzetto. Lo sbandamento e' tanto che devo letteralmente inerpicarmi su per la scaletta di uscita. Fuori l'urlo del vento mi fa capire che non c'e' un attimo da perdere. La coperta dal lato destro e' completamente sott'acqua e c'e' tanta acqua anche in pozzetto. Piove in una maniera che non si puo' dire. Pareva di stare sotto una cascata. Mi precipito alla ruota del timone. Devo rollare il fiocco, mi dico. Immediatamente. Il portello d'ingresso della barca l'ho lasciato aperto e l'acqua dal pozzetto minaccia di entrare dentro. Cerco di portare la barca verso sinistra in modo da portarmi un poco contro vento, diminuire lo sbandamento, far fileggiare il fiocco e tentare di riavvolgerlo. Con tutta la barra a sinistra la barca continuava nella sua traiettoria, la base del fiocco era in mare gonfia d'acqua, la barca, inclinatissima manteneva quell'assetto, insensibile al richiamo del timone. Questi tentativi proseguono per dei minuti lunghissimi. Questa e' la manovra da fare. Devo riuscirci. Quindi provo ancora, temo addirittura di sollecitare il timone e la timoneria idraulica oltre il limite. Niente da fare. Impossibile far virare Ulyxes a sinistra e toglierlo da quello sbandamento. Non resta che tentare di virare a destra e portarsi col vento in poppa. E' una manovra che faccio molto a malincuore. Con tutto quel vento e' pericolosa, e' facile strambare e in quelle condizioni sarebbe una pessima idea. Ma non ho scelta. Provo allora. Quest'operazione, dopo molta fatica mi riesce. Tento di sventare il fiocco con il triangolino di randa che resta quando si da la terza mano di terzaroli. Niente da fare. Il fiocco, gonfio fino a rompersi non voleva saperne di sventarsi e, tantomeno di riavvolgersi. Nel fare queste manovre la randa, come temevo, stramba ma, santa previdenza, viaggio sempre con le ritenute del boma rizzate. Quindi la randa, pur dando delle botte molto forti, non fa danni strambando e posso riportarla nella giusta posizione. In questo assetto, molto precario, la barca raggiunge un suo equilibrio momentaneo, lo sbandamento e' ridotto, il timone e' efficace, ma andiamo ad una velocita' molto rischiosa. Pero' a quel punto io non potevo piu' resistere esposto al vento e alla pioggia senza nulla addosso. Lascio Scipio a vegliare l'andatura di poppa e con il timore che qualcosa potesse accadere in mia assenza da un momento all'altro, vado giu' e mi metto la cerata. Dire che lo faccio in maniera concitata e' dir poco. Vestito da guerriero salto fuori di nuovo e, stavolta non mi frega, mi chiudo il portello alle spalle. Torno al timone e, stante che cosi' in poppa non puo' durare, la velocita' e' eccessiva, l'attrezzatura e' sotto uno sforzo terribile, devo inventarmi qualcosa. Purtroppo non c'e' che da ritentare di mettersi di bolina stretta per poter ridurre il fiocco. Mi preparo mentalmente. Predispongo Scipio in modo che la sua azione aiuti la mia sul timone. Prendo fiato e, credo in apnea, do di nuovo tutto il timone a sinistra. La barca parte in virata, accelera la rotazione, si inclina di nuovo in maniera paurosa, il fiocco torna a toccare l'acqua ma stavolta, forse per la velocita' di rotazione acquisita, continua a virare fino quasi a trovarsi controvento. Il frastuono del vento e del fiocco che fileggia in maniera selvaggia e' davvero da infarto. Pero' sono pronto con la scotta dell'avvolgifiocco in mano e ben tesa. Non appena sento che il fiocco, nel suo sbattere, prende un po' meno vento, tiro come un indemoniato e, centimetro per centimetro, aspettando ogni volta che il vento allenti la sua presa sul fiocco, l'avvolgifiocco si arrotola, e a ogni giro, sono porzioni di fiocco che non prendono piu' vento. Man mano che il fiocco si arrotola lo sforzo da parte mia e' inferiore e alla fine e' un gioco da ragazzi. Lascio senza avvolgere una piccola porzione per dare equilibrio al piano velico ma ormai, il vento, che ancora soffia in maniera spaventosa, non ha nessuna azione su Ulyxes, ora se vuole puo' anche aumentare ancora, non ce ne importa piu'. Ma che fatica e tensione. E a dire che nel pomeriggio precedente avevo pensato di togliere le mani alla randa. Non voglio neppure prendere in esame la situazione che si sarebbe creata in questo caso.
Il fortunale, con corredo di fulmini e saette e' andato avanti fin verso le cinque e mezza. Poi, il vento si e' placato, io ho lasciato Ulyxes che se la sbrigasse da solo, del resto con pochissima vela non era difficile, ed ho dormito fino alle nove. Ero distrutto. Ma oggi tutto e' andato bene e davvero sembra che il tempo voglia migliorare (comunque io non mi fido e prendo tutte le mie precauzioni, una volta basta).
Il fortunale, con corredo di fulmini e saette e' andato avanti fin verso le cinque e mezza. Poi, il vento si e' placato, io ho lasciato Ulyxes che se la sbrigasse da solo, del resto con pochissima vela non era difficile, ed ho dormito fino alle nove. Ero distrutto. Ma oggi tutto e' andato bene e davvero sembra che il tempo voglia migliorare (comunque io non mi fido e prendo tutte le mie precauzioni, una volta basta).
giovedì 17 novembre 2011
Mindelo
Ho lasciato Mindelo due giorni fa e sono nel mezzo del nulla, abbonacciato, con Ulyxes che rolla e beccheggia, con l'attrezzatura che geme, stride, cigola, batte, insomma un concerto di rumori di tutti i generi. L'intenzione e' di fare rotta Sud fino ad incontrare gli alisei di SE e poi fare rotta su Salvador. Ci son da fare, a volo d'uccello, circa 1800 miglia per una durata prevedibile che puo' andare da 20 a 30 giorni, dipendera' dai venti naturalmente, e da quanto sara' estesa la fascia delle calme equatoriali, si parla comunque di varie centinaia di miglia senza vento, salvo nei temporali, che sono circoscritti ma possono portare venti fini a 40 nodi. Intanto sono gia' in condizioni di calma da ora, se il buongiorno si vede dal mattino.... E allora parliamo di queste isole di Capo Verde che ho appena lasciato. Comincio col dire che non ero intenzionato a fermarmici. Avevo molte riserve basate su racconti poco incoraggianti di molti navigatori che avevano avuto brutte esperienze nei loro scali. Un mio caro amico, anche lui navigatore solitario, svariati anni fa e' stato rapinato di tutti i suoi dollari, tanti, proprio mentre era all'ancora a Mindelo. Anche i portolani, tutti piuttosto datati va detto, non sono molto teneri sotto questo punto di vista. Quindi capirete che le mie riserve non erano peregrine. Poi accade che a Las Palmas mi capita di parlare con un norvegese che tiene la barca proprio a Mindelo. Mi parla di una situazione molto migliorata e di un marina moderno e ben gestito e sicuro, insomma mi convince a provare. Del resto uno stop a Mindelo toglie circa 850 miglia alla traversata atlantica e questo non e' poco. Insomma, com'e' come non e', eccomi in vista dell'isola di S.Vincente, dove sorge Mindelo. L'avvicinamento mostra una costa aspra, scura e brulla. Queste isole sono di natura vulcanica e nascono direttamente dal fondo dell'oceano, piove poco e gli alberi sono una rarita'. Mindelo sorge in una insenatura naturale molto bella e ben protetta in qualsiasi condizione meteorologica, e' forse il porto migliore dell'intero arcipelago. Per entrare in porto bisogna aggirare l'estremita' nord della baia e qui comincia una sarabanda di raffiche di vento incredibili. Ero all'erta perche' e' questo un fenomeno conosciuto, ma non me lo attendevo cosi' intenso. Malgrado la velatura ridotta la raffica, improvvisa e violenta, faceva coricare la barca in maniera esagerata, durava poco, ma nel mentre tutto cio' che dabasso non era piu'che assicurato volava via. Ho avuto il mio daffare a domare Ulyxes che nelle raffiche si imbizzarriva come un cavallo balzano, a cercare di capire dove stava il marina, a preparare la barca per l'ormeggio. Comunque con un po' di fatica e dopo un po' di peregrinare su' e giu' per il porto, il solito fischio da un pontile mi fa capire dove dovevo ormeggiare. Un inciso, credo che i baldi giovanotti che vengono assunti nei marina di mezzo mondo facciano una prova attitudinale di fischio, se non sono capaci di fischiare come un bovaro della Maremma, o, per dire di un nome conosciuto, come il Trap di buona memoria, non li assumono.
Comunque obbedisco al fischio, accosto e ormeggio senza problemi. Il marina e' effettivamente moderno ed efficiente. Non ho ancora terminato di rassettare la barca che il primo capoverdiano, un buon diavolo peraltro, si fa avanti per offrirmi collaborazione per qualunque necessita' io abbia. Questa della continua offerta di aiuto, non disinteressato naturalmente, sembra essere uno sport nazionale. Come vi vedono, con evidentemente l'aria non locale, non foss'altro che per questione di colore di pelle, siete immediatamente approcciati. Chiedono a volte danaro, oppure si offrono di accompagnarvi e cosi' via. I due episodi piu' pittoreschi mi sono accaduti proprio nel vialetto di ingresso del marina, vialetto che si immette direttamente sul lungomare, il punto piu' centrale di Mindelo. Il giorno stesso dell'arrivo mi carico la busta dei rifiuti della barca e cerco dove liberarmene. Appunto nel vialetto ci sono i cassonetti, all'interno di una recinzione. E' gia' un po' scuro e mi avvicino al cancelletto della suddetta recinzione. Mi si para davanti un ragazzotto che voleva la mia busta dell'immondizia. Davvero ero sorpreso, che se ne fara' della mia busta delle immondizie? in posti cosi' cerco sempre di non pormi in situazione di conflitto con sconosciuti. Ma era proprio buffo.
Perche' mai avrei dovuto dare il sacchetto a costui? Con un mezzo sorriso rifiuto di darglielo, apro il cancelletto con la tessera magnetica del marina, butto la busta e vado via richiudendo il cancelletto. Avrei capito il giorno dopo quando, uscendo presto dal marina, ho visto che il cancelletto era aperto e due o tre ragazzotti frugavano dentro i cassonetti. Il ragazzo che si offriva di buttare l'immondizia per me in effetti mirava a che io gli aprissi il cancelletto e me ne andassi, lasciandolo quindi libero di frugare. Cosa fa la poverta'. Oppure la sera prima che me ne andassi. Esco per il solito vialetto con l'intenzione di passeggiare sul lungomare e fermarmi da qualche parte per una birra. Arrivato sul lungomare mi fermo, esito, davvero non so dove andare e a fare che cosa, ci sono parecchi giovanotti in giro, tutti con l'aria di non aver altro da fare che guardarsi intorno. Poco invitante. Decido di tornarmene in barca. Giro i tacchi e sento una voce femminile " Hello!". Io faccio finta di non aver sentito, e accelero il passo. Di nuovo "Hello! Piu' vicino di prima. Io nulla, continuo verso l'ingresso del marina sperando di guadagnarlo al piu' presto. "Hello!" ancora, e siccome me lo ha detto quasi dentro l'orecchio, non potevo piu' ignorare la questione. Mi volto e la donzella mi fa, in inglese " Dove stai andando?". Io provo grande fastidio ad essere apostrofato da sconosciuti per strada, in piu' da una signorina le cui benemerenze erano evidenti. Penso un attimo alla risposta, non deve essere offensiva perche' nessuno puo' prevedere i successivi sviluppi. Deve essere tale da troncare pero' ogni seguito. La risposta e' stata un lapidario " It's not your business" ovvero " Non sono affari tuoi". La donzella assume un'aria delusa, bofonchia un "Excuse me" e va via. Pero' accanto a questi aspetti, peraltro non inaspettati, ve ne sono altri piu' positivi, come i miei acquisti di frutta e verdura (poca perche' scarseggia anche quella) al mercato e per strada. Erano solo donne a vendere, per lo piu' vecchiette. Un po' a gesti, un po' in italiano, spagnolo, portoghese, con molti sorrisi, alla fine ci intendevamo e in alcune situazioni l'abbiamo finita a ridere di gusto per la situazione che si creava nel capire fischi per fiaschi. Questo e' un aspetto che la gente per strada mostra spesso, allegria e sorriso, c'e' tanta poverta' ma non miseria miserabile. E la loro musica che danno per radio e' dolce e melodiosa, gradevolissima. Insomma Mindelo che impressione mi ha fatto? E' Africa ma con un po' di speranza negli occhi.
Comunque obbedisco al fischio, accosto e ormeggio senza problemi. Il marina e' effettivamente moderno ed efficiente. Non ho ancora terminato di rassettare la barca che il primo capoverdiano, un buon diavolo peraltro, si fa avanti per offrirmi collaborazione per qualunque necessita' io abbia. Questa della continua offerta di aiuto, non disinteressato naturalmente, sembra essere uno sport nazionale. Come vi vedono, con evidentemente l'aria non locale, non foss'altro che per questione di colore di pelle, siete immediatamente approcciati. Chiedono a volte danaro, oppure si offrono di accompagnarvi e cosi' via. I due episodi piu' pittoreschi mi sono accaduti proprio nel vialetto di ingresso del marina, vialetto che si immette direttamente sul lungomare, il punto piu' centrale di Mindelo. Il giorno stesso dell'arrivo mi carico la busta dei rifiuti della barca e cerco dove liberarmene. Appunto nel vialetto ci sono i cassonetti, all'interno di una recinzione. E' gia' un po' scuro e mi avvicino al cancelletto della suddetta recinzione. Mi si para davanti un ragazzotto che voleva la mia busta dell'immondizia. Davvero ero sorpreso, che se ne fara' della mia busta delle immondizie? in posti cosi' cerco sempre di non pormi in situazione di conflitto con sconosciuti. Ma era proprio buffo.
Perche' mai avrei dovuto dare il sacchetto a costui? Con un mezzo sorriso rifiuto di darglielo, apro il cancelletto con la tessera magnetica del marina, butto la busta e vado via richiudendo il cancelletto. Avrei capito il giorno dopo quando, uscendo presto dal marina, ho visto che il cancelletto era aperto e due o tre ragazzotti frugavano dentro i cassonetti. Il ragazzo che si offriva di buttare l'immondizia per me in effetti mirava a che io gli aprissi il cancelletto e me ne andassi, lasciandolo quindi libero di frugare. Cosa fa la poverta'. Oppure la sera prima che me ne andassi. Esco per il solito vialetto con l'intenzione di passeggiare sul lungomare e fermarmi da qualche parte per una birra. Arrivato sul lungomare mi fermo, esito, davvero non so dove andare e a fare che cosa, ci sono parecchi giovanotti in giro, tutti con l'aria di non aver altro da fare che guardarsi intorno. Poco invitante. Decido di tornarmene in barca. Giro i tacchi e sento una voce femminile " Hello!". Io faccio finta di non aver sentito, e accelero il passo. Di nuovo "Hello! Piu' vicino di prima. Io nulla, continuo verso l'ingresso del marina sperando di guadagnarlo al piu' presto. "Hello!" ancora, e siccome me lo ha detto quasi dentro l'orecchio, non potevo piu' ignorare la questione. Mi volto e la donzella mi fa, in inglese " Dove stai andando?". Io provo grande fastidio ad essere apostrofato da sconosciuti per strada, in piu' da una signorina le cui benemerenze erano evidenti. Penso un attimo alla risposta, non deve essere offensiva perche' nessuno puo' prevedere i successivi sviluppi. Deve essere tale da troncare pero' ogni seguito. La risposta e' stata un lapidario " It's not your business" ovvero " Non sono affari tuoi". La donzella assume un'aria delusa, bofonchia un "Excuse me" e va via. Pero' accanto a questi aspetti, peraltro non inaspettati, ve ne sono altri piu' positivi, come i miei acquisti di frutta e verdura (poca perche' scarseggia anche quella) al mercato e per strada. Erano solo donne a vendere, per lo piu' vecchiette. Un po' a gesti, un po' in italiano, spagnolo, portoghese, con molti sorrisi, alla fine ci intendevamo e in alcune situazioni l'abbiamo finita a ridere di gusto per la situazione che si creava nel capire fischi per fiaschi. Questo e' un aspetto che la gente per strada mostra spesso, allegria e sorriso, c'e' tanta poverta' ma non miseria miserabile. E la loro musica che danno per radio e' dolce e melodiosa, gradevolissima. Insomma Mindelo che impressione mi ha fatto? E' Africa ma con un po' di speranza negli occhi.
venerdì 4 novembre 2011
La riparazione di Ulyxes
Sono ormai a circa 150 miglia a sud-sudovest di Gran Canaria. Non prevedevo di fermarmici ma le necessita' l'hanno imposto. Infatti dovevo riparare l'avaria che si era verificata prima di arrivare alle Canarie e siccome mi dovevo avvalere di un cantiere e di un'officina meccanica, era giocoforza necessario fermarmi dove ero certo di trovare il necessario. Io conoscevo gia' bene Las Palmas di Gran Canaria. Nel 2004 vi avevo trascorso dei mesi e questo fatto mi dava fiducia che sarei riuscito a fare cio' che serviva. Inoltre in quei mesi avevo conosciuto delle persone delle quali serbavo un bel ricordo. Torno indietro al momento dell'avaria. Cos'era accaduto? Si era aperta una via d'acqua nel pancione di Ulyxes, che beveva, beveva? In qualche modo che un giorno vi raccontero', precariamente, sono riuscito a ridurre la via d'acqua ad una leggera infiltrazione. Mi sono messo in rotta verso Las Palmas, dove sono arrivato al mattino presto, dopo aver dormito in rada alcune ore. Il mio sollievo di essere arrivato in porto, al riparo, e protetto, mi faceva sentire quasi euforico. Che bello, mi dicevo, tra pochissimo ormeggio Ulyxes a qualche pontile, magari allo stesso della Escuela de Vela che mi aveva cosi' piacevolmente ospitato l'altra volta. Basta parlare con Pedro Texaco. Lui mi trovera' il posto. Pedro e' il gestore della stazione dei carburanti (da cui il nomignolo, Texaco e' la marca dei carburanti?), sa tutto, conosce tutto, risolve tutto. Eravamo stati in buonissime relazioni e, sicuramente mi avrebbe trovato l'ormeggio. E' vero che Las Palmas, in questo periodo e' strapiena di barche, di ogni nazionalita', che si preparano alla traversata verso i Caraibi. Ma anche l'altra volta era questo periodo, e il posto me lo trovo'. Entrando in porto riconosco bene i luoghi, che bello non dover scoprire niente e andare a colpo sicuro. C'e' una piccola novita' all'ingresso. Un cartello posto accanto al fanale verde da' il benvenuto, comunica la massima velocita' in porto e, ahi, l'obbligo di presentarsi all'Autoridad Portual. Prima uno accostava alla stazione carburanti, cercava Pedro e le formalita' erano finite. Va be', queste autorita' non saranno mica delle streghe cattive. Accosto al pontile apposito. Ormeggio in bello stile. Mi cambio e mi vesto con roba pulita, prendo i documenti e vado all'ufficio. Che bello calpestare il cemento dopo gli ultimi giorni di bolina contro un mare e un vento che ancora mi facevano sentire dentro un frullatore. Entro nell'oficina, si in spagnolo si chiama "oficina" ma e' l'ufficio, spesso a suo tempo ho equivocato. Dentro trovo "la fila". Da non credere, ero il quarto o quinto tapino con la borsa dei documenti in attesa di un ormeggio. Ero molto stanco, molto provato, non vedevo l'ora di ormeggiare al sicuro e di rilassarmi dopo le ultime vicende, vedere questa scena mi ha provato, mi e' caduto il mondo addosso, era di tutta evidenza che il mio sogno di una settimanella nella tranquillita' era appunto solo un sogno, La risposta per tutti era "un dia e nada mas", dopo un giorno dovevi sloggiare e, a tuo piacere, andare ad ancorarti oppure levare le tende. Quando arriva il mio turno assumo l'aria piu' depressa possibile, ma forse non c'era bisogno di impegnarmi, ERO depresso, e cerco di spiegare al tizio, che parlava un po' italiano, la mia situazione. La risposta, poco consolatoria, e' stata - Qui tutti hanno problemi, non possiamo fare eccezioni, un dia e nada mas. Li e' cominciata la mia crociata. Lascio l'oficina e vado a cercare Pedro. Lo trovo. Lui mi riconosce immediatamente e mi da uno spontaneo abrazo. Gli ho subito voluto un gran bene. Gli spiego la mia situazione e lui comincia a rimuginare, a pensare, ma poi, alla fine mi dice come lui ormai non abbia piu' alcun potere, l'autorita' portuale non lascia piu' alcuno spazio, e dire che posti barca liberi ce ne sono a iosa. Ma per i mesi di settembre, ottobre e novembre loro hanno stipulato degli accordi commerciali con l'ARC, una iniziativa per fare attraversare l'Atlantico in flotta a chi non vuole farlo da solo. Si parla di 300 (!) barche. Siccome queste trecento barche arrivano alla spicciolata, loro tagliano all'ingrosso e tengono i posti vacanti col risultato che non accettano barche in transito. La mia ansia comincia a diventare angoscia. Come diavolo faccio a riparare Ulyxes. Volevo sollevarlo e fare il lavoro come va fatto. Ma qui altro che alare la barca, non si parla neppure di darmi un rifugio. Penso al da farsi e mi reco all' Escuela de Vela. La segretaria mi riconosce, le spiego i miei guai e lei si impegna cercarmi il posto, magari quello di una barca momentaneamente assente. Ma dopo un'ora di ricerche si trova solo un posto da sei metri, la meta' esatta di quel che serve. La segretaria e' molto comprensiva, dispiaciutissima di non potermi aiutare. Io la ringrazio per l'interessamento ma sono sempre piu' nei guai. Ritorno da Pedro che mi suggerisce di rivolgermi al capo della Autoridad perche' gli addetti del "un dia nada mas" hanno disposizioni e non possono fare eccezioni. A quel punto torno all'oficina, ho sempre l'aria vagamente angosciata ma comincio anche a pormi diversamente. Decido che se non riesco ad ottenere piu' di un giorno gli diro' che non spostero' la barca dal molo di accoglimento, dove l'avevo ormeggiata ore prima, e mi rechero' alla Guardia Civil. Ho una barca in avaria grave e non posso accettare di essere trattato come tutti quelli che non hanno problemi. Non so se questa mia determinazione interiore in qualche modo trasparisse, io mi mantenevo diplomaticamente cortese come in precedenza, malgrado la mia montante irritazione, ero anche orami infinitamente stanco, e cercavo di mantenere uno stretto controllo di me stesso e delle mie reazioni. Ho ripreso il discorso con gli addetti, che forse in mia assenza si erano consultati, ho spiegato come avevo bisogno dell'intervento di un sub e questo all'ancora non si puo' fare, gli ho ripetuto che la barca rischiava di affondare e allora, miracolo, mi hanno concesso due giorni, facendomi capire, senza prometterlo, che forse potevo averne ancora altri due.
Pago, mi sposto al posto assegnato, ormeggio e, finalmente, posso sedermi in pozzetto, liberare la mente dall'ansia e darmi i pizzicotti per confermarmi che era vero, io e Ulyxes eravamo al sicuro. Da quel momento la ruota della fortuna ha girato in mio favore. Sono riuscito a rintracciare Jose', un amico spagnolo col quale avevo stretto dei buonissimi rapporti nel 2004, una gran brava persona che si e' precipitato al pontile e gli ho spiegato cosa mi era capitato. Non ho dovuto chiedergli niente. Siamo montati sulla sua BMW 1200, una moto che solo a vederla incute timore. Abitualmente non amo sedere sul sedile posteriore di una moto, ma non avevo scelta. Mi concedo solo un timido "Cuidado, io tengo miedo" (fai attenzione perche' io ho paura). Lui ride. Ma devo dire che ha guidato con grande prudenza e perizia. Mi porta prima ad un ristorante che avevamo gia' conosciuto insieme e ordino un filetto con "papas arrugadas" (patate al forno stile canario) . Lui, che ha una memoria strabiliante, mi ricorda che anche sette anni fa avevo ordinato le stesse cose, che poca fantasia da parte mia. Poi ci rechiamo alla sua officina, questa e' una vera officina. In un casino incredibile lui trova quel che serve. Taglia, lima, salda, filetta, impreca continuamente, "cogno" di qua e "cogno" di la'. Cogno, se fatte uno sforzo di immaginazione, suona un po' come l'ingiuria in sardo che finisce per "..?de mamma dua" , e, forza delle comuni discendenze latine, rappresenta esattamente la stessa parte anatomica femminile?. Bene, dopo alcune ore di lavoro il pezzo, solidissimo, e' pronto. Sono strabiliato. Ho gia' risolto una parte del problema senza le difficolta' che presagivo per trovare un'officina meccanica che avesse potuto realizzare quel che serviva. Il giorno dopo vernicio il pezzo con antiruggine e faccio tanti altri altri lavori della lunga lista che era nata dalla partenza da Cagliari. Dopo due giorni torno all'Autorita' portuale, non dico che il pezzo e' pronto, dico che ho bisogno ancora di due giorni. Stavolta trovo comprensione e mi concedono la proroga. Poi contatto il subacqueo per sistemare il coso in modo da occludere definitivamente la falla che, nel frattempo, pur dando l'idea che fosse stabilizzata, riceveva un controllo da parte mia ogni quarto d'ora almeno. Una vera paranoia. E poi e' arrivata l'apoteosi. L'uomo in tuta di neoprene viene a bordo, ci mettiamo d'accordo sul come fare, metto il mastice miracoloso sul coso fabbricato da Jose', l'uomo in tuta si immerge tenendolo ben stretto, io do due martellate sullo scafo (era il segnale), lui da' alcune martellate sul cono di legno che io avevo infilato nel buco, era tanto spinto bene che non voleva piu' riuscire. Poi, in modo improvviso, il cono viene sparato all'interno della barca. Prima che riesca ad occludere il foro con la mano ho il modo di rivedere, alla luce del giorno, il getto impressionante d'acqua che da quel buco irrompe in barca. Mi e' quasi venuto un colpo a rivedere quell'incubo. Poi l'uomo con la tuta sistema il coso nel buco, io dall'interno piazzo il rondellone e la ghiera che stringo a morte con una chiave da idraulico. E' fatto. Tutto finito. Non entra piu' acqua. Dopo aver pagato la modica cifra richiesta dal sub sono rimasto, seduto in pozzetto, per un pezzo, immobile, e quasi vuotato d'energie. E' stato come dopo un appuntamento molto importante della vita, un colloquio di lavoro, un concorso. Avevo la mente vuota, non avevo capacita' di pensiero se non che Ulyxes era salvo, io ero salvo.
Pago, mi sposto al posto assegnato, ormeggio e, finalmente, posso sedermi in pozzetto, liberare la mente dall'ansia e darmi i pizzicotti per confermarmi che era vero, io e Ulyxes eravamo al sicuro. Da quel momento la ruota della fortuna ha girato in mio favore. Sono riuscito a rintracciare Jose', un amico spagnolo col quale avevo stretto dei buonissimi rapporti nel 2004, una gran brava persona che si e' precipitato al pontile e gli ho spiegato cosa mi era capitato. Non ho dovuto chiedergli niente. Siamo montati sulla sua BMW 1200, una moto che solo a vederla incute timore. Abitualmente non amo sedere sul sedile posteriore di una moto, ma non avevo scelta. Mi concedo solo un timido "Cuidado, io tengo miedo" (fai attenzione perche' io ho paura). Lui ride. Ma devo dire che ha guidato con grande prudenza e perizia. Mi porta prima ad un ristorante che avevamo gia' conosciuto insieme e ordino un filetto con "papas arrugadas" (patate al forno stile canario) . Lui, che ha una memoria strabiliante, mi ricorda che anche sette anni fa avevo ordinato le stesse cose, che poca fantasia da parte mia. Poi ci rechiamo alla sua officina, questa e' una vera officina. In un casino incredibile lui trova quel che serve. Taglia, lima, salda, filetta, impreca continuamente, "cogno" di qua e "cogno" di la'. Cogno, se fatte uno sforzo di immaginazione, suona un po' come l'ingiuria in sardo che finisce per "..?de mamma dua" , e, forza delle comuni discendenze latine, rappresenta esattamente la stessa parte anatomica femminile?. Bene, dopo alcune ore di lavoro il pezzo, solidissimo, e' pronto. Sono strabiliato. Ho gia' risolto una parte del problema senza le difficolta' che presagivo per trovare un'officina meccanica che avesse potuto realizzare quel che serviva. Il giorno dopo vernicio il pezzo con antiruggine e faccio tanti altri altri lavori della lunga lista che era nata dalla partenza da Cagliari. Dopo due giorni torno all'Autorita' portuale, non dico che il pezzo e' pronto, dico che ho bisogno ancora di due giorni. Stavolta trovo comprensione e mi concedono la proroga. Poi contatto il subacqueo per sistemare il coso in modo da occludere definitivamente la falla che, nel frattempo, pur dando l'idea che fosse stabilizzata, riceveva un controllo da parte mia ogni quarto d'ora almeno. Una vera paranoia. E poi e' arrivata l'apoteosi. L'uomo in tuta di neoprene viene a bordo, ci mettiamo d'accordo sul come fare, metto il mastice miracoloso sul coso fabbricato da Jose', l'uomo in tuta si immerge tenendolo ben stretto, io do due martellate sullo scafo (era il segnale), lui da' alcune martellate sul cono di legno che io avevo infilato nel buco, era tanto spinto bene che non voleva piu' riuscire. Poi, in modo improvviso, il cono viene sparato all'interno della barca. Prima che riesca ad occludere il foro con la mano ho il modo di rivedere, alla luce del giorno, il getto impressionante d'acqua che da quel buco irrompe in barca. Mi e' quasi venuto un colpo a rivedere quell'incubo. Poi l'uomo con la tuta sistema il coso nel buco, io dall'interno piazzo il rondellone e la ghiera che stringo a morte con una chiave da idraulico. E' fatto. Tutto finito. Non entra piu' acqua. Dopo aver pagato la modica cifra richiesta dal sub sono rimasto, seduto in pozzetto, per un pezzo, immobile, e quasi vuotato d'energie. E' stato come dopo un appuntamento molto importante della vita, un colloquio di lavoro, un concorso. Avevo la mente vuota, non avevo capacita' di pensiero se non che Ulyxes era salvo, io ero salvo.
mercoledì 12 ottobre 2011
Da Gibilterra
Innanzi tutto l'orario. Sono le tre del mattino, ora locale e solo cinque minuti fa, con la barca sicuramente ormeggiata, ho potuto togliermi gli indumenti di navigazione e indossare qualcosa di confortevolmente asciutto e non intriso di sudore. Sono stanchissimo e vi domanderete perche' non vada subito a dormire. Il motivo e' che ora non riuscirei a prendere sonno in nessun modo, il livello di adrenalina in circolo e' tale che chissa' quando comincero' a sentire l'esigenza di mettermi orizzontale. E allora mi sono apparecchiato le patatine e una birra gelata e mi son detto: parliamo un poco con gli amici, raccontiamogli il perche' di tanta adrenalina e cosi', magari, piano piano, mi si distendono i nervi e riesco anche a dormire. Ero partito da Cartagena diretto a Gibilterra con delle previsioni di vento che facevano pensare che finalmente Ulyxes potesse essere impiegato da barca a vela e non da ferryboat, peraltro lentissimo,come e' successo finora. Ho tutte le intenzioni di fare andare questo coso con le vele e non col gasolio, del quale peraltro non ne ho molto perche io, volpino, il pieno lo faccio a Gibilterra dove e' porto franco e certe cose, come i carburanti, costano la meta' che in Italia. Comunque a Cartagena ne carico quaranta litri. A voglia, mi dico, Ulyxes consuma poco e poi sta arrivando il vento, forse ne ho comprato pure troppo. Risultato? il giorno dopo debbo dirottare su Almeria per caricare altro gasolio, dopo aver passato una notte a dormire galleggiando come una papera di fronte a Capo de Gata, in attesa che il distributore aprisse. E il vento? Desaparecido, solo motore e poi motore. Riparto da Almeria dopo una fermata di pochissimi minuti, quasi un pit stop di Formula Uno. Stavolta, mi dico, a Gibilterra ci arrivo anche a motore, se il vento non arriva. Ma il vento sicuro arriva, quando mai si e' visto una bonaccia cosi' prolungata. Tolta la sventolata della notte precedente all'arrivo a Cartagena (era solo un F 7/8), sono state solo bonacce o brezzoline da niente. Ora il vento arrivera'. Risultato? Altre ore di motore per arrivare a una ventina di miglia da Gibilterra. Per tutta la mattina mi ero cullato nell'idea che comunque sarei arrivato a Gibilterra per cena. Alla barca ci pensava Pasqualino Settebellezze (un volgare autopilota elettronico, ma ci lega un feeling...), lui manteneva la rotta, Giovanni, il motore, faceva il lavoro muscolare. E io? mi dedicavo alle trasmissioni digitali, e con profitto. Finalmente Winmore funzionava. Ero riuscito a collegarmi col server di Roberto GRB in Sardegna, una vera goduria. Insomma, un momento di quasi relax. Alle nove, ora italiana, lascio Pasqualino in controllo della situazione, mi metto alla radio, parlo con gli amici di Cagliari, ma, stavolta sono sbrigativo e faccio un collegamento molto rapido. Il motivo c'e, sono ormai dentro il traffico dello Stretto, ci sono molte navi in giro e bisogna evitare incontri ravvicinati. E poi ho addosso una strana sensazione. Ormai sono vicino, il sole e' tramontato eppure all'orizzonte non vedo il chiarore generato dall'agglomerato urbano di Gibilterra e centri vicini. Me lo aspetto ma non arriva. Di notte avviene sempre, avvicinandosi dal largo un grosso centro urbano e' annunciato dal chiarore diffuso sul cielo. Comincia intanto a farsi notare un venticello da est (quello aspettavo sin dalla mattina). Saluto gli amici in radio e salgo in pozzetto. C'e' qualcosa di totalmente inaspettato: siamo nella nebbia! Bella fitta fitta.
Ieri mi sono fermato qui nello scrivere, la palpebra cadeva, complice la birra che, senza che me ne fossi accorto, era quella ad alta gradazione, per cui sono andato a dormire. Eccomi quindi di nuovo al omputer. Dicevamo la nebbia. La nebbia e' un problema che in barca fa diventare la situazione immediatamente critica, non ci sono strisce bianche da seguire come in auto, non puoi parcheggiare a lato della strada e aspettare che passi. No, devi andare (e dove, se non si vede nulla?), devi evitare di speronare qualcuno o, peggio vista la stazza degli antagonisti eventuali, evitare di essere speronato. Confesso che ho avuto un momento di, come dire, incertezza. Potevo invertire la marcia di 180 gradi e sperare di uscire dalla nebbia e tornare nel chiaro, ma questo mi avrebbe messo contromano rispetto al traffico delle navi che, fino ad un attimo prima vedevo sfilare al mio fianco in una lunga fila ininterrotta. Prospettiva davvero temeraria. Oppure potevo continuare. Cosi' ho fatto. Tirando fuori tutti gli ausili che Ulyxes ha e facendomi coraggio ripensando alla mia esperienza di volo senza visibilita' mi sono detto che si poteva fare. L'unico vero problema era la mia condizione di solitario. Perche' la situazione era questa, bisognava tenere accuratamente la rotta, non erano permesse liberta' di sorta, sono due code di navi e barche, una che esce e una che entra in Mediterraneo, ininterotte. E' anche permesso superare ma tutte le manovre devono essere logiche, chiare e decise. Non sono tollerabili variazioni cervellotiche. Alla rotta ci deve pensare Pasqualino,lui, davvero, e' molto volenteroso, ma poverino e' "nu poco curto", come lo skipper qualcuno malignera'. Se il mare e' calmo lui e' attento e preciso, ma se l'onda e' ben formata allora lui fa sforzi immani ma spesso la barca vince, la signorina e' ben pesante, e se ne va per i fatti suoi e lui dichiara che non ce la fa lanciando dei bip bip di resa. Ieri eravamo proprio in questa situazione, con un'onda di poppa che cresceva rapidamente e Pasqualino che ogni tanto lasciava che Ulyxes andasse dove voleva. Toccava tenerlo sotto controllo. Poi c'era da stare dabbasso, in plancia come la chiamo io, davanti allo schermo radar per controllare il traffico intorno ed essere cosi' pronti a prendere azioni evasive nel caso di pericolo di collisione. Dentro faceva caldo e umido, fuori era si umido ma il venticello era frescolino e dovevo preteggermi. Allora, per oltre due ore, con la cerata addosso, ho saltato da dentro a fuori e viceversa in continuazione. Dai una mano a Pasqualino, salta dentro e controlla Polifemo (scusate, non ho fatto le presentazioni, e' un radarino, minuscolo e tenero, che pero' gia' in alcune situazioni mi ha salvato la giornata), vedi se quella traccia si sta avvicinando oppure no, vedi se quest'altro e' un disturbo o magari e' una barca piccola che ogni tanto compare e poi scompare, senti il bip bip e corri fuori, mannaggia, Pasqualino piange e Ulyxes sta cercando di invadere l'altra corsia, correggi, rimetti il ragazzo al lavoro, guarda bene se per caso attraverso la nebbia intravedi qualcosa: una mazza! Torna giu' stando attento a non fratturati entrambe i femori su quella scaletta cosi' ripida. riprendi il controllo al radar. In tutto questo c'e' Giovanni, il motore. Chi e' uscito in barca con me sa che il motore di Ulyxes e' molto quieto e silenzioso, e' fatto lui cosi', ma questo deriva anche dal fatto che non lo mando mai su di giri. Ieri invece l'ho fatto lavorare per davvero, volevo essere rapido per evitare di essere superato con troppo scarto di velocita' tra me e le navi sopraggiungenti, volevo abbreviare la durata di questa situazione perche' la stanchezza e' un temibile nemico, infine avevo la percezione che il vento forte fosse in arrivo e volevo cercare di essere gia' in porto nel momento in cui fosse arrivato. Per questo il livello di rumore dentro la barca era stavolta davvero tanto, e questo era un motivo di disturbo non minore. Che bello che e' stato, dopo circa due ore di questa baraonda constatare un piccolo miglioramento della visibilta' che poi, nell'ora successiva, e' diventata di nuovo buona. Ed mi sono rallegrato di non aver rinunciato a tentarci. Ora mi trovavo di fronte a Punta Europa, il punto piu' a sud del continente europeo e che delimita il lato orientale della baia dove sorge Gibilterra. Era mezzanotte passata. La baia e' sempre letteralmente ingombra di navi all'ancora, bestioni che a volte, nel buio, non si capisce neppure se siano in movimento oppure alla fonda. E qui mi e' venuto in soccorso il tablet con la cartografia elettronica. Grazie Richi per avermelo preparato e grazie a Paolino per avermi dato l'idea. Praticamente, tenendo il tablet in mano, come fosse stato un libro, (tocchera' battezzarlo, si accettano suggeriemnti) guardavo la carta, osservavo e riconoscevo i punti cospicui sul terreno, regolavo la rotta su Pasqualino, cercavo di non incasinarmi con i movimenti che, malgrado l'ora, alcune navi facevano. Bisogna decodificare in particolare i segnali luminosi con i loro colori e lampeggiamenti, cosi' si riesce a capire dove si e' e dove bisogna dirigere per arrivare a destinazione. Data l'ora ero deciso a fermarmi per il resto della notte al molo carburanti (l'avevo gia' fatto una volta, anni fa). Nel frattempo va detto che il vento era molto rinforzato (c'e' quando non ci dovrebbe essere e viceversa!). Dalla rocca venivano giu' certe raffiche che facevano inclinare molto la barca anche se eravamo a secco di vele. Comunque trovo la mia strada, preparo le cime d'ormeggio e due parabordi. Potete immaginare lo stato d'animo in questi frangenti, entrare dentro la barca, nel buio, a cercare le robe, mentre fuori c'e' il casino che vi ho descritto, la barca va veloce perche' con quel vento non si puo' andare lenti, si manovrerebbe male, le opere portuali distano qualche decina di metri e sono di solido e duro calcare della rocca... quasi un incubo. Finalmente mi accosto al molo carburanti, scelgo una maniera per far lavorare il vento a mio beneficio e Ulyxes si appoggia gentilmente ai parabordi del molo. Salto giu' con le cime in mano e immobilizzo Ulyxes. Che bellezza, non ho rotto nulla, mi sono sistemato per la notte, comincio a respirare e... si avvicina una vedetta dell'autorita' portuale che mi aveva scortato in tutte le fasi finali dell'avvicinamento. Accosta e mi fa, candidamente, " Non puoi stare li". Il vento era un vero festival di raffiche. Gli dico che era solo per alcune ore, all'apertura del distributore sarei andato al marina. E' stato inflessibile, pero' ha allertato il marina, che era proprio davanti e, senza grandi problemi, se non di disappunto, chiamiamolo cosi', riesco ad ormeggiare nel marina. Poi documenti, passaporto, un poco di formalita' e, finalmente, posso tornare in barca e godermi la sensazione di aver portato a termine senza danni una cosa che obbiettivamente, in qualche momento e' stata difficile.
PS 1 Ma quel funzionario perche' avra' aspettato che facessi tutto il popo' di manovre per ormeggiare al molo carburanti e, solo a cose finite, farsi avanti e dirmi di sloggiare? era davanti a guardare e sarebbe bastato accostare prima e dirmi di andare via, cosa che ha fatto un quarto d'ora dopo.
PS 2 Ieri era un giorno no con le autorit??. Nel pomeriggio, in avvicinamento a Gibilterra, un barcone enorme, nero e minaccioso, con la scritta " Aduanas", mi si e' avvicinato a pochi metri, io ho tolto motore, un gruppo di uomini con divisa nera (ma che noia questo colore) e armatissimi si e' preparato a venire a bordo. Quello che sembrava il capo mi pone tutta una serie di domande, chi sei, da dove vieni, dove vai, perche' vieni da li', perche' vai di la'. Io ho mostrato la faccia piu' ingenua e angelica che mi riesce di fare, pero' alla domanda " dove metti hai messo il carburante che dici di aver comperato ad Almeria?" stava per scapparmi una battuta, che mi sono tenuto. Comunque decidono che non sono un pericoloso contrabbandiere, rinunciano all'abbordaggio e mi salutano. Io non riesco a trattenermi, una cosa gliela devo dire. Uso un'iperbole e gli faccio i complimenti per la bellissima barca. Lui, con un sorriso a trentadue denti, mi ringrazia e orgogliosissimo da ordine di ripartire. Che anche un grosso barcone nero possa essere un simbolo fallico?
Ieri mi sono fermato qui nello scrivere, la palpebra cadeva, complice la birra che, senza che me ne fossi accorto, era quella ad alta gradazione, per cui sono andato a dormire. Eccomi quindi di nuovo al omputer. Dicevamo la nebbia. La nebbia e' un problema che in barca fa diventare la situazione immediatamente critica, non ci sono strisce bianche da seguire come in auto, non puoi parcheggiare a lato della strada e aspettare che passi. No, devi andare (e dove, se non si vede nulla?), devi evitare di speronare qualcuno o, peggio vista la stazza degli antagonisti eventuali, evitare di essere speronato. Confesso che ho avuto un momento di, come dire, incertezza. Potevo invertire la marcia di 180 gradi e sperare di uscire dalla nebbia e tornare nel chiaro, ma questo mi avrebbe messo contromano rispetto al traffico delle navi che, fino ad un attimo prima vedevo sfilare al mio fianco in una lunga fila ininterrotta. Prospettiva davvero temeraria. Oppure potevo continuare. Cosi' ho fatto. Tirando fuori tutti gli ausili che Ulyxes ha e facendomi coraggio ripensando alla mia esperienza di volo senza visibilita' mi sono detto che si poteva fare. L'unico vero problema era la mia condizione di solitario. Perche' la situazione era questa, bisognava tenere accuratamente la rotta, non erano permesse liberta' di sorta, sono due code di navi e barche, una che esce e una che entra in Mediterraneo, ininterotte. E' anche permesso superare ma tutte le manovre devono essere logiche, chiare e decise. Non sono tollerabili variazioni cervellotiche. Alla rotta ci deve pensare Pasqualino,lui, davvero, e' molto volenteroso, ma poverino e' "nu poco curto", come lo skipper qualcuno malignera'. Se il mare e' calmo lui e' attento e preciso, ma se l'onda e' ben formata allora lui fa sforzi immani ma spesso la barca vince, la signorina e' ben pesante, e se ne va per i fatti suoi e lui dichiara che non ce la fa lanciando dei bip bip di resa. Ieri eravamo proprio in questa situazione, con un'onda di poppa che cresceva rapidamente e Pasqualino che ogni tanto lasciava che Ulyxes andasse dove voleva. Toccava tenerlo sotto controllo. Poi c'era da stare dabbasso, in plancia come la chiamo io, davanti allo schermo radar per controllare il traffico intorno ed essere cosi' pronti a prendere azioni evasive nel caso di pericolo di collisione. Dentro faceva caldo e umido, fuori era si umido ma il venticello era frescolino e dovevo preteggermi. Allora, per oltre due ore, con la cerata addosso, ho saltato da dentro a fuori e viceversa in continuazione. Dai una mano a Pasqualino, salta dentro e controlla Polifemo (scusate, non ho fatto le presentazioni, e' un radarino, minuscolo e tenero, che pero' gia' in alcune situazioni mi ha salvato la giornata), vedi se quella traccia si sta avvicinando oppure no, vedi se quest'altro e' un disturbo o magari e' una barca piccola che ogni tanto compare e poi scompare, senti il bip bip e corri fuori, mannaggia, Pasqualino piange e Ulyxes sta cercando di invadere l'altra corsia, correggi, rimetti il ragazzo al lavoro, guarda bene se per caso attraverso la nebbia intravedi qualcosa: una mazza! Torna giu' stando attento a non fratturati entrambe i femori su quella scaletta cosi' ripida. riprendi il controllo al radar. In tutto questo c'e' Giovanni, il motore. Chi e' uscito in barca con me sa che il motore di Ulyxes e' molto quieto e silenzioso, e' fatto lui cosi', ma questo deriva anche dal fatto che non lo mando mai su di giri. Ieri invece l'ho fatto lavorare per davvero, volevo essere rapido per evitare di essere superato con troppo scarto di velocita' tra me e le navi sopraggiungenti, volevo abbreviare la durata di questa situazione perche' la stanchezza e' un temibile nemico, infine avevo la percezione che il vento forte fosse in arrivo e volevo cercare di essere gia' in porto nel momento in cui fosse arrivato. Per questo il livello di rumore dentro la barca era stavolta davvero tanto, e questo era un motivo di disturbo non minore. Che bello che e' stato, dopo circa due ore di questa baraonda constatare un piccolo miglioramento della visibilta' che poi, nell'ora successiva, e' diventata di nuovo buona. Ed mi sono rallegrato di non aver rinunciato a tentarci. Ora mi trovavo di fronte a Punta Europa, il punto piu' a sud del continente europeo e che delimita il lato orientale della baia dove sorge Gibilterra. Era mezzanotte passata. La baia e' sempre letteralmente ingombra di navi all'ancora, bestioni che a volte, nel buio, non si capisce neppure se siano in movimento oppure alla fonda. E qui mi e' venuto in soccorso il tablet con la cartografia elettronica. Grazie Richi per avermelo preparato e grazie a Paolino per avermi dato l'idea. Praticamente, tenendo il tablet in mano, come fosse stato un libro, (tocchera' battezzarlo, si accettano suggeriemnti) guardavo la carta, osservavo e riconoscevo i punti cospicui sul terreno, regolavo la rotta su Pasqualino, cercavo di non incasinarmi con i movimenti che, malgrado l'ora, alcune navi facevano. Bisogna decodificare in particolare i segnali luminosi con i loro colori e lampeggiamenti, cosi' si riesce a capire dove si e' e dove bisogna dirigere per arrivare a destinazione. Data l'ora ero deciso a fermarmi per il resto della notte al molo carburanti (l'avevo gia' fatto una volta, anni fa). Nel frattempo va detto che il vento era molto rinforzato (c'e' quando non ci dovrebbe essere e viceversa!). Dalla rocca venivano giu' certe raffiche che facevano inclinare molto la barca anche se eravamo a secco di vele. Comunque trovo la mia strada, preparo le cime d'ormeggio e due parabordi. Potete immaginare lo stato d'animo in questi frangenti, entrare dentro la barca, nel buio, a cercare le robe, mentre fuori c'e' il casino che vi ho descritto, la barca va veloce perche' con quel vento non si puo' andare lenti, si manovrerebbe male, le opere portuali distano qualche decina di metri e sono di solido e duro calcare della rocca... quasi un incubo. Finalmente mi accosto al molo carburanti, scelgo una maniera per far lavorare il vento a mio beneficio e Ulyxes si appoggia gentilmente ai parabordi del molo. Salto giu' con le cime in mano e immobilizzo Ulyxes. Che bellezza, non ho rotto nulla, mi sono sistemato per la notte, comincio a respirare e... si avvicina una vedetta dell'autorita' portuale che mi aveva scortato in tutte le fasi finali dell'avvicinamento. Accosta e mi fa, candidamente, " Non puoi stare li". Il vento era un vero festival di raffiche. Gli dico che era solo per alcune ore, all'apertura del distributore sarei andato al marina. E' stato inflessibile, pero' ha allertato il marina, che era proprio davanti e, senza grandi problemi, se non di disappunto, chiamiamolo cosi', riesco ad ormeggiare nel marina. Poi documenti, passaporto, un poco di formalita' e, finalmente, posso tornare in barca e godermi la sensazione di aver portato a termine senza danni una cosa che obbiettivamente, in qualche momento e' stata difficile.
PS 1 Ma quel funzionario perche' avra' aspettato che facessi tutto il popo' di manovre per ormeggiare al molo carburanti e, solo a cose finite, farsi avanti e dirmi di sloggiare? era davanti a guardare e sarebbe bastato accostare prima e dirmi di andare via, cosa che ha fatto un quarto d'ora dopo.
PS 2 Ieri era un giorno no con le autorit??. Nel pomeriggio, in avvicinamento a Gibilterra, un barcone enorme, nero e minaccioso, con la scritta " Aduanas", mi si e' avvicinato a pochi metri, io ho tolto motore, un gruppo di uomini con divisa nera (ma che noia questo colore) e armatissimi si e' preparato a venire a bordo. Quello che sembrava il capo mi pone tutta una serie di domande, chi sei, da dove vieni, dove vai, perche' vieni da li', perche' vai di la'. Io ho mostrato la faccia piu' ingenua e angelica che mi riesce di fare, pero' alla domanda " dove metti hai messo il carburante che dici di aver comperato ad Almeria?" stava per scapparmi una battuta, che mi sono tenuto. Comunque decidono che non sono un pericoloso contrabbandiere, rinunciano all'abbordaggio e mi salutano. Io non riesco a trattenermi, una cosa gliela devo dire. Uso un'iperbole e gli faccio i complimenti per la bellissima barca. Lui, con un sorriso a trentadue denti, mi ringrazia e orgogliosissimo da ordine di ripartire. Che anche un grosso barcone nero possa essere un simbolo fallico?
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