Album foto viaggio con Shaula3 Luglio-Agosto 2018

Viaggio coste spagnole a bordo di Shaula dell'amico Danilo Baggini (Luglio-Agosto 2018)

sabato 26 giugno 2004

La Galizia

Abbiamo lasciato la Galizia e nuovi luoghi, totalmente diversi ci attendono, però come capita sempre quando partiamo, un pò del nostro cuore resta nel luogo che stiamo lasciando. I nostri due ultimi approdi sono stati  Camariñas e La Coruña. Il primo, un piccolo paesino di pescatori con un piccolo porto e un ancor più piccolo marina. Il secondo, un grande centro moderno con un grande porto oceanico e un marina modernissimo in via di completamento. Tra i due luoghi un carattere comune: quello d’essere galiziani. Qui, in questa terra di lontane origini celtiche, la gente è sì spagnola ma di una natura speciale e originale, una singolarità simile a quella, se volete, di essere sardi in Italia. La lingua galiziana è naturalmente vicina al castigliano, parlato nel resto della nazione, ma con molte differenze e, inoltre, con delle somiglianze col portoghese. La gente sente molto la propria particolarità culturale e, come noi sardi, ne è insieme orgogliosa e prigioniera. Un galiziano doc, Juan, (per interderci, il “Batman”  di un recente racconto), con il quale abbiamo immediatamente legato, mi ha rivelato come loro, quando si spostano, per esempio a Madrid, si sentono osservati, hanno paura di essere considerati "provinciali". Dentro di me ho pensato che, forse, è solo una sorta di complesso che si portano addosso, e mi tornavano alla mente i miei primi tempi in Accademia a Pozzuoli, unico sardo, perso in mezzo a 150 colleghi "continentali". Il tema della Sardegna mi è tornato con insistenza alla mente durante la permanenza in Galizia, o Galiza come dicono loro. Infatti una radio locale, Radio Oleiro, mandava in onda lunghi periodi di musica tradizionale e, da non credere se non lo si sente, alcuni brani cantati da voci maschili soliste e alcuni pezzi suonati con una sorta di cornamusa locale, la gaita, facevano pensare ai nostri Cantores e alle launeddas rispettivamente. Sarà sicuramente un fatto casuale, ma mi ha molto intrigato.
La Galizia è verdissima e boscosa. La campagna e i boschi sono punteggiati da casolari e abitazioni, molto belle e curate, accanto alle quali ogni tanto spunta un "horreo".
Si tratta di una costruzione, originale di questa regione, che ormai viene conservata come monumento. E’ una capanna di pianta rettangolare, sopraelevata rispetto al terreno e costruita interamente in pietra. Il suo pavimento poggia su degli slanciati coni infissi nel terreno, come fossero delle corte colonne. Tra i coni e la base della capanna sono interposti dei grandi dischi di pietra. Lo scopo di quest’elaborata struttura é quella di rendere impervio l'accesso ai roditori, giacché la funzione dell'horreo era di luogo di conservazione delle provviste come grano, patate e legumi in un ambiente aerato (le pietre sono solo sovrapposte e non c'è malta, esattamente come nei nuraghi). Era quindi una struttura di grande importanza per la sopravvivenza delle famiglie: era la loro dispensa.
Durante la nostra permanenza siamo stati a Santiago de Compostela. Non potevamo non andare a visitare uno dei luoghi di pellegrinaggio più conosciuti della cristianità. E n’è valsa la pena. In molti sensi. E’ stata una visita che mi ha fatto meditare molto. 
Santiago è l’esemplificazione, il paradigma del sentimento religioso spagnolo, del resto non tanto dissimile per certi versi a quello italiano. In fin dei conti è la stessa religione e abbiamo un papa in comune, ma ci sono delle peculiarità di grande rilevanza. L'intera città è costellata di edifici religiosi e di culto, la chiesa di San Francesco, il convento delle Clarisse, fra i tanti, e poi la celebre Cattedrale. Tutti questi monumenti hanno un elemento unificante: la severità, che incute reverenza e quasi timore. Sono severi nella pietra con la quale sono costruiti, un'arenaria grigia e un pò scura. Sono severi nelle statue di santi e personaggi vari, tutti molto pedagogici e ammonitori. Sono severi nella penombra degli interni, dove gli altari rifulgono nella maestosa magnificenza dell'oro zecchino che copre tutto. 
E poi, a far sentire ancor più piccino il pellegrino, contribuiscono le imponenti dimensioni dei monumenti e del contesto urbanistico in cui essi sono inseriti. La dimensione religiosa che sembra prevalere, fino ad essere quasi palpabile, è quella del timor di Dio. La meschina piccolezza dell'uomo di fronte alla grandezza del Creatore è continuamente evidenziata e resta spazio solo per la contrizione per il proprio stato di miseri peccatori di fronte alla Perfezione. Questa dimensione è davvero incombente. E’ presente financo nell'espressione dei visi e nelle posture dei tantissimi pellegrini. Sembra davvero che chi si trova in quei luoghi venga avvolto inconsapevolmente dalla mestizia. Ho dovuto fare un atto di volontà per riaffermare dentro di me che se la gran cattedrale, con tutta la sua inarrivabile pompa e magnificenza, era stata costruita per celebrare la perfetta santità di un perfetto apostolo, questo apostolo, al suo tempo, sarà ben stato un uomo, con le sue umane miserie, con le sue imperfezioni. Le perfezioni fatte balenare sono puro illusionismo.  Solo la deformazione della prospettiva clericale umana, magari non disinteressata, successivamente, ha fatto sì che l'apostolo diventasse inarrivabile nelle sue virtù e la sua memoria fosse lì per ricordare quanto l'astante fosse lontano, in modo irrimediabile, da quell'esempio di perfezione. Chi ne subì le conseguenze, ad esempio sui roghi della Santa Inquisizione, potrebbe testimoniare quanto questo modo di porre la religione fosse funzionale al potere dei re e dei papi, e fosse astronomicamente lontana dall'insegnamento autentico del Vangelo. Queste riflessioni, forse banali e che, in ogni modo, vengono dopo che secoli di progresso hanno chiarito tante cose nella cultura dell'uomo, nulla possono togliere alla meraviglia che la cattedrale suscita nel vederla. A parte Santiago, con i turbamenti che ha suscitato, la Galizia è stata per me anche e soprattutto La Coruña.
Cominciamo col dire che  “A Coruña” (in galiziano si scrive A e non La e si pronuncia “A Corugna”), non significa affatto "la Corona" come erroneamente pensavo. Si tratta di una bella e moderna città detta anche la Città di Cristallo, per via delle vetrate che chiudono le verande dei palazzi e che fanno luccicare al sole tutto il lungomare. La gente è molto attiva ma anche molto, molto allegra, non per niente vale il detto: Santiago studia, Vigo lavora e A Coruña si diverte.  Qui, più ancora che nel resto della Spagna, è comune fare le ore piccole durante la fine settimana. Se andate in centro a mezzanotte o l'una, lo trovate affollato da non credere, tutti che si spostano da un locale all'altro e si vive molta allegria e animazione. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare sulla nostra strada Juan, grande appassionato di vela e direttore di Marinaseca, il marina che ci ha ospitati durante le riparazioni di Ulyxes. Inizialmente, quando ha appreso delle nostre tribolazioni, ha detto una frase molto semplice: Io mi comporterò con voi come vorrei si comportassero con me se fossi in terra straniera e in stato di necessità. Detto questo, fino alla nostra partenza è stato un nume protettore, mi ha aiutato nella risoluzione d’ogni problema, fino ad accompagnarmi personalmente dal tornitore di sua fiducia, oppure a cercare gli speciali anelli di tenuta che mi servivano. Ci ha presentati ad amici suoi, i quali, a loro volta, ci hanno invitati alla loro “finca”( casa di campagna) per una piacevolissima giornata. Insomma abbiamo trovato una persona di grandi capacità e rapidità nel lavoro e, insieme, un amico generoso e pieno di calore. "Grazie Juan, che tu possa trovare qualcuno che ti aiuti se mai ne avrai necessità, te lo meriti". 
Sulle foto che seguono è d’obbligo un commento comune. Innanzi tutto vengono tutte da Camariñas. Avrei voluto conoscere l’assessore all’urbanistica che ha trovato queste perle di nomi. Chissà se quando li ha scelti era animato da sentimenti particolari verso qualche residente. E allora Rua do Viril ci lascia la briglia sciolta e ci fa immaginare chissà quali fenomeni da circo potessero ivi abitarci, con grande felicità di qualcuna/o… e che dire dell’ Estrada do Vilan, regno di modi scortesi e di maleparole irriferibili… o di quel gran pollaio doveva essere la Rua Pio Pio.

Ma Santiago di Compostela non é da meno…


martedì 22 giugno 2004

Siamo di fronte all'estuario del Fal

Procediamo parallelamente alla costa, a circa 10 miglia di distanza, e verso le quattro siamo finalmente siamo di fronte all'estuario del Fal. La costa è stranamente poco illuminata, siamo abituati a vedere le città dal mare come un agglomerato di luci visibile da lontano, mentre Falmouth mostra solo qualche fioca luce. E' solo la prima di tante differenze che fanno del Regno Unito un'entità unica in tutto.E’ ancora buio pesto e trascorro del tempo preparando la barca e studiando e ristudiando carta, portolano e tavole di marea. L’ingresso in questi porti è impegnativo e vorrei evitare di esordire in terra inglese con qualche errore grossolano. Finalmente, intorno alle sei, la luce del giorno è sufficiente per procedere. L’ingresso è ben segnalato, è esattamente come previsto, e arriviamo senza problemi al marina che avevo scelto per ormeggiare. Disdetta, é al completo. Vado verso un altro marina, quello di riserva. L’avevo scartato perché il canale di ingresso è dragato a soli due metri e Ulyxes pesca proprio due metri. Ma la marea è alta e, infatti, sono confortato da tranquille letture all'ecoscandaglio, anche se, manovrando per ormeggiarmi in seconda fila al pontone esterno, la profondità va sotto i due metri e mezzo, un pò di batticuore alla fine non può mancare. Ma alle sette e mezzo la barca é ormeggiata e al sicuro dall’incombente burrasca, in un luogo che sembra incantato.


Dal giornale di bordo:


Le acrobazie dei delfini mi hanno riportato alla mente un episodio accaduto tempo fa. Io stavo in quadrato che lavoravo al PC, Amalia era di guardia e tutto sembrava in ordine. All’improvviso un grande botto sordo contro la murata destra. Salto fuori più rapido del fulmine e controllo la fiancata per eventuali danni. Niente di visibile. Controllo nella scia di Ulyxes alla ricerca di eventuali corpi galleggianti che avessimo urtato. Ancora niente. Guardo ancora sotto la barca e lì mi accorgo di un branco di delfini che giocano. Si divertono ad incrociare, a gran velocità, la rotta della barca immergendosi in profondità solo all’ultimo istante. Deve essere accaduto un fatto credo molto raro: uno dei delfini è stato troppo arrischiato oppure era maldestro, ha sbagliato la manovra e ha sbattuto violentemente contro la fiancata di Ulyxes in piena velocità. Ahi che male!  E poi con Ulyxes che è d’acciaio…

lunedì 21 giugno 2004

La Cornovaglia

Continuiamo ad andare a vela e motore per mantenere rotta 020°, il vento è quasi calmo ed il mare è incredibilmente liscio, sembra impossibile che da qui a trentasei ore si possa scatenare una burrasca forza 9, ora sembra una piscina ed invece è l'Atlantico. Il traffico in questa zona è impressionante, a volte, contemporaneamente, ci sono in vista fino a 7-8 navi, ho il mio da fare per tenere la situazione sotto controllo. Inoltre c’è da seguire il nostro progresso in rotta in maniera molto accurata. Dopo la ricezione dell’avviso di burrasca, avrei avuto la possibilità di cercare riparo a Brest, ma non ho carte di dettaglio di questo porto e con questa velocità dovrei arrivare a Falmouth prima che la burrasca c’investa. So però che non c’è molto margine. Durante la giornata accade un fatto veramente fuori dell’ordinario. In varie occasioni ho la quasi certezza di aver avvistato terra, ma la distanza era eccessiva perché fosse possibile. Si trattava d’illusioni ottiche, una cosa davvero straordinaria. Questi aspetti misteriosi e illusori delle nubi (perché di nubi si trattava) non li avevo mai sperimentati, neppure quando volavo. Alle 22:00 riconosciamo finalmente il faro di Lizard Point.  E’ la Cornovaglia.

domenica 20 giugno 2004

Cominciamo ad avvistare navi

Procediamo col NNW fino all'arrivo d’alcuni temporali che raffreddano l'aria e fanno ruotare il vento di nuovo verso nord. Che barba! La rotta diventa 070°, ben lontana dai 020° necessari per Falmouth. Nel pomeriggio il vento ruota ancora verso NW e siamo di nuovo in rotta, anche se sempre di bolina, larga però. La velocità al solcometro è spesso vicina ai sette nodi mentre il GPS segna circa un nodo in meno a causa della corrente contraria. Scipio, il timone a vento, è inutilizzabile, durante la notte si è letteralmente masticato una delle sue due sagole, per cui ora non si può usare e la riparazione è impossibile con questo mare, la poppa sale e scende così tanto che se tentassi una riparazione finirei certamente in acqua. Ci sarebbe Pasqualino Settebellezze, il timone elettronico. Ma lui è schizzinoso, ha bisogno di mare calmo.  In queste condizioni d’onda formata timona peggio lui di un montanaro tibetano. E allora si sta alla ruota del timone. Per fortuna a queste andature Ulyxes non ha quasi bisogno di correzioni, per lunghi periodi va diritto come una freccia, le onde non lo disturbano e quindi tenere la rotta è agevole. Nel pomeriggio schiviamo di misura vari temporaloni che corrono con rotta est e proseguiamo in una bellissima veleggiata, quale non avevamo visto da tanto. Siamo in rotta, la velocità va dai sei ai sette nodi, la barca è appoggiata e stabile sulle onde, il vento va dai 15 ai 25 nodi, un incanto, anche perché, nel pomeriggio, il cielo si è ripulito completamente, è una vera orgia d’azzurro. I delfini ci hanno deliziato varie volte con le loro sagome snelle e le acrobazie subacquee, fino al  “coup de theatre” finale: dei grossi esemplari, in gran velocità, uscivano interamente dall'acqua e poi ricadevano in mezzo a grandissimi spruzzi, il tutto a breve distanza dalla barca. E’ un esercizio che si vede raramente. Sono sicuro fosse una dimostrazione di abilità, in esclusiva per noi, da parte di esemplari forse un tantino esibizionisti. Durante la notte il vento scema e ruota a SW. Il cielo si copre. E’annunciata una burrasca su Biscaglia e Manica. Non c'è tempo da perdere, andiamo con fiocco e motore, sotto una pioggia torrenziale. Cominciamo ad avvistare navi che, seguendo la nostra stessa rotta, stanno allineandosi per transitare nella zona regolamentata di Ouessant, il capo che dà in pratica l'accesso alla Manica per chi viene da Sud.

sabato 19 giugno 2004

La velocità va da 3.5 a 5.5 nodi

Verso metà giornata si rimette un leggero NNE e possiamo andare con randa, fiocco e trinchetta, facciamo circa quattro nodi e mezzo con 10 nodi di vento, non male. Nel pomeriggio avvistamento memorabile: le balene. Inizialmente vedo uno sbuffo di vapore sulla sinistra a circa duecento metri, aguzzo lo sguardo ed eccola, la gran bestia, se ne vede solo la lunghissima groppa, il mare formato la nasconde un poco. Chiamo a gran voce Amalia, altri sbuffi appaiono nelle vicinanze. Domanda posta dall'equipaggio, intimidito dal leviatano: ma potrebbe avvicinarsi? Risposta del comandante: e perché no? Brrrr….Dopo circa 10 minuti gli sbuffi riappaiono ma più lontani, forse i cetacei stavano riossigenandosi dopo una capatina in profondità a cercare i calamari giganti (altra sinistra e incombente minaccia per l'equipaggio!). Finalmente, durante la notte, il vento si mette da NNW e possiamo fare rotta, incredibile dictu, direttamente su Falmouth con le tre vele a riva. La velocità va da 3.5 a 5.5 nodi in funzione della forza del vento.

venerdì 18 giugno 2004

La notte trascorre un pò a vela e un pò a motore.

La nebbia si solleva, il cielo è grigio ma non piove, fermo la barca e do di mano agli attrezzi. Sostituisco il generatore rotto con quello di scorta; dopo due ore di lavoro abbiamo di nuovo corrente a bordo, non tantissima perché il sistema è tarato sull’altro generatore, ma mi accontento, non sono disposto a perdere ancora del tempo per una taratura che richiede molta attenzione e concentrazione di tipo “elettrotecnico”, mentre in questo momento io sono solo marinaio, voglio solo navigare verso la mia meta. A novembre 2003, per attardarmi troppo nel tentativo, peraltro fallito, di far funzionare il timone a vento, mi sono buscato una brutta burrasca. Lezione appresa. Niente perdite di tempo quando si è in mare in condizioni che possono deteriorarsi con facilità. Il vento passa a NE F4, bordeggiamo con rotta 350° intorno ai cinque nodi. Passate appena le 20:00 il vento rinforza e ruota a Nord, dò la seconda mano alla randa e procediamo a quattro nodi e mezzo di bolina. Però non dura, il vento si calma e dobbiamo di nuovo accendere il motore. Nel corso della giornata non so più quante volte abbia manovrato scotte e drizze per tentare di adeguare la velatura ai capricci del vento e per cercare di procedere verso nord a velocità decente. La notte trascorre un pò a vela e un pò a motore.

giovedì 17 giugno 2004

Il Golfo di Biscaglia

E ci riproviamo. Ci sono da fare 450 miglia, rotta NNE, in uno dei golfi ben conosciuto, e non certo per le delicatezze del suo clima: il Golfo di Biscaglia. Siamo stati fermi quasi due settimane a La Coruña, prima per riparare alcune avarie e poi nell’attesa che il vento da nord mollasse e ci permettesse di far rotta verso l'Inghilterra. In tutto questo periodo Ulyxes è stato sempre a terra sull’invaso, può essere varato solo quando saremo sicuri di partire. Infatti, non ci sono ormeggi disponibili e perciò, una volta a mollo, bisogna mettere in moto e sparire. Intorno alle ore 18:00 la barca viene imbracata e trasportata col travel-lift verso il bacino d'alaggio. Ho il solito batticuore che mi prende quando la barca è per aria. Lei, la cui sola ragion d’essere è di galleggiare sull’acqua, quando è in aria, sospesa, è assolutamente indifesa e impotente. E se qualcosa andasse storto sarei assolutamente impotente anch’io, non potrei fare nulla per aiutarla. Ma tutto va per il meglio. Ulyxes viene varata, vado a controllare per eventuali vie d'acqua, tutto sembra asciutto e in ordine. Metto in moto. Giovanni parte come un orologio. Macchina avanti, lasciamo il bacino con grandi saluti al personale di Marinaseca, che in queste settimane abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare. Usciamo lentamente dal grande porto di La Coruña, cercando di imprimere nella mente le ultime istantanee della città e della sua "ria" e del faro di Hercules. Appena fuori mettiamo in rotta per 005°, c'è da scapolare Cabo Prior prima di poter fare rotta 020° per Falmouth. Vento da NE 10 kts che muore rapidamente e quindi si va a motore. Ore 21:00 arriva improvvisamente la nebbia, fitta come maionese, dal pozzetto si vede a mala pena la prua. Non è la prima volta che l’incontro, ma qui, in acque sconosciute è un'altra cosa, il senso d’insicurezza prende allo stomaco. Il traffico navale è intenso per la presenza ravvicinata dei porti di La Coruña e di El Ferrol e, inoltre, in queste acque c’è sempre un gran movimento di pescherecci. Mi metto al radar mentre Amalia ha l'incarico di stare di vedetta ad ...annusare la presenza d’altre imbarcazioni. Sì perché in queste circostanze gli altri sensi sono quasi inutili. La vigilanza è ininterrotta per tutta la notte. C'è un momento in cui ci sono ben cinque echi radar nel raggio di un solo miglio. Manovriamo in continuazione per mantenere le distanze di sicurezza, le altre imbarcazioni ci passano di lato, le seguo al radar, ne udiamo chiaramente il rumore. Tutto senza poter neppure intravederle. Intorno a mezzanotte l’ennesimo contrattempo, il generatore smette di caricare, ancora il generatore! Provo a smanettare nel quadro elettrico ma non ci sono miglioramenti. La situazione è seria perché l’elevato assorbimento delle luci di navigazione e del radar spianerebbe le batterie nel corso della nottata. Non abbiamo neppure un po’ di vento per far girare le pale di Pancho, il generatore eolico. Spengo tutte le utenze, comprese le luci di navigazione, tanto in queste condizioni la loro utilità è nulla, tengo solo il radar su stand-by. La notte continua con attivazione del radar ogni 15 minuti e poi brevi sonnellini; per fortuna, allontanandoci dalla costa, il traffico diminuisce fino ad essere completamente assente verso l'alba. Certo che come inizio non c'è male....


mercoledì 16 giugno 2004

Seconda parte - In attesa del vento, ovvero mai di bolina

Siamo ancora a terra a La Coruña. Le riparazioni sono state fatte ma i venti sono da nord, vale a dire contrari alla nostra rotta. Siccome, per mancanza di posti barca, appena dopo il varo dovremmo lasciare il porto e fare rotta sull’Inghilterra, dobbiamo aspettare. Si tratta quindi di un periodo di attesa, magari non oziosa, ma pur sempre di attesa, durante il quale non stiamo facendo ciò che vorremo, cioè, navigare e spostarci verso il prossimo porto. Forse qualcuno si chiederà come mai con una moderna barca a vela, con armo e vele efficienti, non si parta anche se si è in presenza venti contrari, vale a dire di bolina. E' una domanda appropriata, perché in tanti hanno preso dimestichezza con la bolina assistendo in tv alle regate della Coppa America e sanno, grosso modo, che cosa essa sia. Molti ricorderanno come le barche, nel tratto che dalla linea di partenza porta alla boa posta esattamente sopravvento, navigassero molto inclinate, risalendo il vento e facendo i cosiddetti bordi. In altre parole, non potendo, per forza di leggi fisiche, andare esattamente controvento, si naviga su una rotta il più possibile vicina ad esso. Questa andatura è molto spettacolare e si presta a quelle tattiche di virate e controvirate caratteristiche dei match-race, con gli equipaggi seduti sopravvento per contrastare l'inclinazione della barca e renderla più "potente". Questa stessa andatura è, naturalmente, possibile su barche come Ulyxes. Naturalmente le prestazioni sono limitate in termini di velocità e di angolo minimo col vento. Nel caso di Ulyxes, con un vento intorno a una quindicina di nodi e mare formato, si ottiene una velocità intorno ai cinque nodi e l'angolo tra la rotta reale e la direzione del vento risulta intorno ai 55 gradi. In queste condizioni l’inclinazione della barca è notevole e la falchetta ogni tanto va sott'acqua. Quando un'onda, un pò più grande delle altre, frange sulla prua, gli spruzzi d’acqua salata arrivano fino in pozzetto e tutta la barca è costantemente bagnata. Qualche volta é l'intera prua ad entrare nell'onda in arrivo e la barca subisce una violenta frenata, ²con la velocità che cade anche a due nodi, o meno, per poi lentamente risalire. Spostarsi in coperta e fare le manovre all'albero è molto faticoso, bisogna muoversi sempre con la cintura di sicurezza agganciata ai passerini (delle fettucce, posate in coperta, molto robuste, che corrono da prua a poppa), si prendono gli spruzzi e quindi la cerata e gli stivali sono d'obbligo. La barca ha movimenti a volte molto bruschi e violenti, quindi una mano può lavorare alla barca ma l'altra quasi sempre serve a tenersi (il detto "una mano per la barca e una mano per sé" di antica memoria viene a proposito). Ci sono occasioni in cui gli spostamenti in coperta si devono fare carponi per aumentare la sicurezza e non rischiare di finire fuori bordo. Di andare a prua in genere non se ne parla proprio, va su e giù come un cavallo bizzarro e diventa un luogo pericoloso dove stare. Per fortuna l'uso dell'avvolgifiocco ha reso possibile ridurre la vela di prua operando dal pozzetto. E dentro, in cabina, com'è la situazione? Beh, innanzitutto l'inclinazione dei paglioli (il pavimento) è la stessa della coperta, diciamo una ventina di gradi; camminare è possibile ma con molta circospezione, tenendosi in continuazione a tutti gli appigli disponibili e ai cosiddetti "tientibene". Qualunque oggetto che non sia assicurato in qualche modo scivola e, inesorabilmente, cade sul pagliolo. Inutile descrivere le conseguenze se l'oggetto in questione é la bottiglia dell'olio d'oliva oppure il computer portatile. Cucinare in queste condizioni è solo per spiriti eletti che abbiano un senso del sacrificio che si avvicina al martirio. In genere, il nutrimento non va oltre il pane ed il companatico. Sempre che li abbiate tolti dalla cambusa quando eravate sul bordo buono, cioè quello che, per l’inclinazione della barca, fa sì che il contenuto della cambusa resti dentro di essa quando aprite lo sportello. Se foste sul bordo sbagliato, all'apertura dello sportello seguirebbe l'istantanea evacuazione del contenuto e la sua proditoria proiezione in tutte le direzioni (quando capita, e capita, il dopo è un incubo perché il disordine e lo sporco causato dalla rottura  o dall’apertura dei contenitori fanno diventare la situazione drammatica). Dunque, eravamo partiti dalla possibilità di bolinare su una barca da crociera e lì torniamo. Considerando la descrizione che vi ho fatto (e non ho per niente esagerato) quanto tempo, in termini d’ore, non di giorni, pensate che un normale e tranquillo equipaggio familiare possa resistere, prima di cominciare a chiedersi che cosa ci faccia lì fuori a prendere schiaffi? E poi senza, in effetti, riuscire ad andare da nessuna parte. Eh sì, proprio da nessuna parte perché abbiamo detto che la barca, di bolina, è capace di mantenere un rotta posta a circa 55 gradi dalla direzione del vento, nell'ipotesi che il timoniere sia molto attento, perché altrimenti l'angolo diventa subito 60/70 gradi. Bene ora guardate avanti a voi, immaginate di trovarvi di fronte alla vostra destinazione e dalla stessa direzione provenga il vento, bene, di bolina andrete in una direzione spostata lateralmente di 55 ,60 o 70 gradi! Cioè, per raggiungere la destinazione dovrete fare un percorso a zig - zag che, nella migliore delle ipotesi, è lungo più del doppio di quello diretto. Un percorso fatto con velocità bassa, e dove la fatica di vivere è tanta. La barca e le attrezzature sono sollecitate e usurate grandemente, si mangia male e si dorme peggio. Allora ecco perché non è sensato, se non ci sono condizionamenti particolari, lasciare un porto quando i bollettini e le previsioni per i giorni seguenti danno vento di prua. Naturalmente, se, durante una navigazione, il vento gira e si pone di prua, si fa buon viso a cattivo gioco e si prosegue di bolina, sperando che presto il vento giri ancora. Ma andarselo a cercare davvero no, non è per niente furbo e, direi, non è da buon marinaio.


martedì 15 giugno 2004

Un alaggio gallego

E così, per un'avaria alla tenuta dell'asse dell'elica, siamo finiti in quel di La Coruña. L'acqua dell'Atlantico, che noi volevamo tenere fuori della barca, insisteva nel voler entrare e farci compagnia. Siccome lei era tanta e noi eravamo pochi abbiamo dovuto accettare la legge del più forte: invece di far entrare lei, ce ne saremmo usciti noi. E così ecco che siamo pronti all'alaggio di Ulyxes. Lo scenario: siamo all’interno del porto “peschero” di La Coruña. C’è un bacino in cemento con le pareti altissime (qui le maree sizigiali raggiungono i 5 metri!); sopra il bacino troneggia un "travel lift", sarebbe una specie di carro-ponte, destinato a sollevare la barca. E' nuovo di trinca e sul suo ponte di comando impera Juan, un "operador muy practico", che ho conosciuto personalmente come persona svelta e simpatica, anche se il suo parlare gallego mi rende estremamente difficile capire ciò che dice. Il vento (e poteva essere differente?) soffia perpendicolarmente all'asse del bacino, ed è pure bello sostenuto, manco a dirlo. Poco male, Juan è sereno e, con mia sorpresa, mi fa cenno di entrare in bacino di prua. Di prua, anche con il vento al traverso, tutto è facile, senza sorprese. Mi allineo con la mezzeria del bacino ed entro in questa sorta di gabbia di cemento. Ho qualche dubbio che l’alaggio possa avere successo, non l’ho mai visto fare con la prua in avanti. Tento di obbiettare qualcosa ma Juan procede senza esitazioni. Lancia due cime, una a prua e una a poppa, ce n’è una per me e una per Amalia, così non litighiamo. Facciamo del nostro meglio per tenere la barca al centro del bacino. Juan manovra le cinghie di sollevamento come se stesse acchiappando farfalle col retino e, zac, con rapida mossa Ulyxes è immobilizzato e inizia il sollevamento. Io sono deliziato, le mie perplessità iniziali erano davvero senza fondamento. Juan sa che cosa sta facendo. E’ vero che sta manovrando un  travel lift grandissimo e che conosce poco ma, hombre, all'operador non mancano gli attributi. La barca sale, sale, arriva fino quasi alla sommità del bacino. Manca ormai poco. Ahi! Lo strallo, cioè il cavo che dalla testa dell'albero va giù a prua, nel sollevarsi della barca si è portato vicinissimo alla struttura metallica del travel lift, se si sale ancora di dieci centimetri si faranno grossi danni all’avvolgifiocco. "Stop Juan, non se puede".  E Juan si ferma, si gratta la testa, squadra la situazione, medita, calcola a mente il logaritmo dell'arcotangente di chissachecosa e poi sentenzia: “De popa”. Augh,  Juan, de popa. Non dico "te l'avevo detto", ma confesso di averlo pensato. Ecco quindi Ulyxes ridiscendere nell’acqua del bacino e io, appena la barca è di nuovo in galleggiamento, esco di gran carriera. Se uscissi lentamente il vento al traverso mi farebbe scarrocciare senza scampo su alcune boette che sono molto, ma molto vicine al bacino. Quindi dobbiamo entrare di poppa. Facile a dirsi ma difficile a farsi perché: 1) Ulyxes a marcia indietro manovra come una vacca che, presa per le corna, si tenti di spingere all’indietro attraverso la stretta porta della stalla. Il sedere del cornuto andrà a picchiare sugli spigoli dell’apertura, di qua o di la, e solo un colpo…di sedere appunto, può permettere di fare centro.  2) Il vento al traverso spinge la barca di lato, cioè la fa scarrocciare. Solo la velocità permette di contrastare lo scarroccio. C’è ancora un terzo fattore che poi vi dirò e che il quel momento ancora non conoscevo. I fattori 1 e 2 mi erano familiari e conoscevo anche la risposta adeguata: partire da lontano in marcia indietro con la poppa orientata verso il vento di una quarantina di gradi, assumere una discreta velocità, in modo che la vacca, hops Ulyxes, sentisse l'effetto del timone…e poi aver fede…. E così mi regolo, forte velocità indietro, il timone che in questi frangenti diventa durissimo e di pericoloso maneggio e un pò di cardiopalmo per il sottoscritto. Indirizzo la poppa con decisione sul lato sopravvento del bacino, Amalia, smarrita, fa disperatamente cenno al ciclopico muro di duro cemento che costituisce appunto il lato suddetto e che diventa vieppiù incombente. Nel frattempo vento e corrente di marea (eccolo il subdolo terzo fattore di cui sopra) ci spostano sottovento, molto di più di quanto mi aspettassi. In ogni modo, per un pelo davvero, riesco ad entrare nel bacino. Ma il bacino non è certo lungo, è appena qualche metro in più dei 12 metri di Ulyxes. Urge quindi fermare la barca. Che pesa l’inezia di quattordici tonnellate. E allora grande smotorata in avanti e, di misura, ci fermiamo, senza urtare Scipio e il resto degli ammennicoli contro la parete di fondo del bacino. Uff… non so nemmeno io come, ma ci fermiamo senza far danni. Juan ci lancia le solite cime e si mette ai comandi. Ma stavolta il santo protettore degli operatori di travel lift sta guardando da un'altra parte e non ci aiuta. Le cinghie-retino-per farfalle stavolta stanno sempre nel posto sbagliato. Troppo avanti. Troppo indietro. Ancora troppo avanti.  Dall'alto del travel lift Juan comincia a gridare in una variante locale del gallego, non si capisce una parola che fosse una. Gesticola, si fa paonazzo, scende dal travel, risale, urla qualcosa a me, poi ad Amalia, poi ancora a me. Noi dabbasso cerchiamo di fare l'unica cosa che in quella situazione potessimo fare, facendo forza con le mani nude contro le pareti interne del bacino, evitavamo che Ulyxes avesse danni urtando contro le pareti del bacino stesso. Con due sole cime, una a poppa e una a prua è impossibile tenere una barca al centro del bacino, Juan stava usando una tecnica errata. Ma non era possibile spiegarglielo per il motivo che io non parlo gallego e lui non parla italiano (comunque non credo che avrebbe ascoltato nessuno in quel frangente, era troppo eccitato). Dopo alcuni tragicomici tentativi di acchiappare al volo la barca, Juan scende dal mezzo, si sbraccia e sbraita. Vuole cacciarci via dal bacino. Io faccio del mio meglio per non tradire la mia irritazione. Uscire e rientrare, con i problemi di manovra che ho accennato sopra, non mi piaceva per nulla. Una volta era andata bene, non era detto che altrettanto accadesse la seconda volta, era una manovra rischiosa e reiterarla era veramente troppo. Ma non c'è stato nulla da fare, dovevo uscire, anche perché l'operador muy practico aveva incasinato le fasce e per risistemarle era davvero inevitabile liberare il bacino. Così eccomi, con la morte nel cuore, a uscire di nuovo dal bacino e scansare di misura le boe che, ne sono sicuro, sono lì per dare lavoro al cantiere, per i danni che le loro cime avvolte alle eliche sono capaci di provocare. A questo punto non so più che cosa il destino, sotto le sembianze di Juan, mi riservi. Lui ha lasciato il ponte di comando e si è allontanato. Io non so che cosa stia tramando, vorrei andare via ma non so dove andare, posso solo manovrare in cerchio, di fronte al bacino, in attesa di neppure io so cosa. Ma ecco Juan che ritorna, non è solo, c'è con lui un'altra persona, anche lui si chiama Juan, ed è il direttore del cantiere. Mi fa cenno che devo rientrare nel bacino e io, con la stessa baldanza di un condannato che si dirige al patibolo, organizzo la solita sceneggiata. Poppa al vento di una quarantina di gradi, tutta macchina indietro, timone di pietra, il bacino che si avvicina velocemente, la poppa centra miracolosamente l'apertura del bacino stesso e la barca è anche ben allineata. Bravo Gian Biagio! La parete di fondo del bacino si avvicina però molto velocemente, questa volta non mi frega, lo spavento di prima mi serve di lezione. Do tutta macchina avanti per frenare Ulyxes in anticipo, quando ancora metà barca è fuori del bacino. La barca si ferma. Capperi,… forse era troppo presto. Non solo si ferma ma riparte in avanti. Ho l'invertitore in folle ma lei, risucchiata dalla corrente di marea, dirige senza esitazione verso le ormai famigerate boe. Beh, era una bella situazione di m...da. Ormai mi vedevo con la barca impastoiata ingloriosamente tra boe, cime e barchette che erano ormeggiate appena sottovento. Di dare motore manco a parlarne, in quella situazione potevo solo riuscire a rompere qualcosa su Ulyxes. Però stavolta il protettore summenzionato stava evidentemente guardando di nuove dalle nostre parti e sentite com’è andata.  Mentre Ulyxes, indisciplinatamente, stava ultimando la sua inopinata uscita dal bacino, Juan,  l'operador muy practico, mi aveva lanciato una di quelle due cime di cui ai precedenti tentativi, accompagnando il lancio e i  successivi momenti con  tutta una serie di strepiti nella solita lingua incomprensibile. Io al solito non capisco nulla ma acchiappo al volo la cima e, con la forza della disperazione, tento una improbabile frenata di Ulyxes ( ricordo le 14 tonnellate…). Agli inizi devo mollare un po’ di cima per evitare di finire io stesso ingloriosamente in acqua. Poi, mentre la barca è ormai quasi completamente fuori dal bacino, come in un cartone animato, la corsa rallenta. Con le unghie e con i denti tengo, al limite delle mie forze e, miracolo, la barca si ferma. Ma è completamente di traverso rispetto al bacino, il pulpito di poppa si appoggia all'estremità destra del bacino mentre la prua è appoggiata al lato opposto, se scorre ancora dieci centimetri verso l'esterno la barca se ne va. Però almeno siamo fermi, io che tremo tutto per lo sforzo, mi guardo intorno alla ricerca di occhi compassionevoli, se allento solo per un attimo la presa la barca scappa via, succhiata dalla corrente. La situazione è di totale stallo, Juan l'operador muy practico continua a strillarmi cose che non capisco ma che, secondo lui, dovrei fare. Tengo la barca ormai con la forza della disperazione, alcuni curiosi, non mancano mai quelli, guardano dal di sopra del bacino in catatonica fissità. Mi sento ormai perduto ma l’altro Juan, il direttore, che il cielo lo benedica, interviene da par suo. Si cala dall'alto del bacino, lungo le sartie di Ulyxes, fino in coperta. Roba da film di pirati, un abbordaggio fatto come si comanda. Amalia trova la forza di esclamare: “Ma chi è questo, Batman?”.  Si piazza a gambe larghe, si mette ad  alare anche lui con energia sulle cime e poi non c'è più storia. Posizioniamo la barca, la centriamo, stavolta le cinghie sono al posto giusto e su, su,  in alto, finalmente Ulyxes va, e questa volta la manovra finisce con la barca ben appoggiata e sicura sul solido cemento.

P.S. Ad operazione terminata Juan l'operatore si è avvicinato con un cordiale sorriso e ha detto, con molto candore e in uno spagnolo comprensibile, stavolta, che sapeva di avere un brutto carattere quando operava sulla macchina e se ne scusava.

giovedì 10 giugno 2004

Prima parte - Cambi di programma

In questo preciso momento avremmo dovuto essere in navigazione per l’Inghilterra. E invece siamo di nuovo in Spagna, a La Coruña. Abbiamo dovuto mettere la barca a terra e c’è un poco di delusione ma non è successo niente di grave. Si tratta, a ben vedere, solo di un contrattempo. Eravamo diretti a Falmouth, sfruttando una finestra di vento favorevole per attraversare il Golfo di Biscaglia. Invece di arrivare in terra d’Albione siamo in terra spagnola e ci resteremo ancora, nell’attesa di fare delle riparazioni. Che cosa è successo?  Qualche giorno fa abbiamo lasciato l’ormeggio di Camarinas, presto al mattino, con la ferma intenzione di affrontare il Golfo di Biscaglia. Tutto a bordo era in ordine e dovevo solo fare i “giri bussola”, una procedura che serve a rilevare gli errori della bussola magnetica. Per fare questo sfrutto le mede di ingresso del fiordo di Camarinas, di cui conosco l’allineamento geografico. Dopo un po’ di va e vieni su rotte prefissate e il loro reciproco, un po’ di calcoletti, solo addizioni e sottrazioni, niente di difficile, posso disporre di un bel diagramma che mi dice qual è la deviazione della bussola in corrispondenza di qualsivoglia valore di prua. E’ un parametro molto importante su una barca d’acciaio, poiché su certe prue l’errore supera i 20°.  Durante tutta la giornata siamo andati bene, avevamo percorso una cinquantina di miglia sfruttando anche il motore, perché il vento era scarso. Il tempo era molto bello e c’eravamo ormai immersi nell'atmosfera della traversata. Io avevo in mente principalmente due cose. Seguire con attenzione la situazione meteorologica e preparare l'atterraggio a Falmouth o, in alternativa, a Brest. Quest'ultimo porto poteva diventare importante come meta alternativa nel caso che si fosse materializzata una sventolata da nord ovest, cosa che nel Golfo di Biscaglia è sempre possibile. Verso le cinque del pomeriggio ero in cuccetta, a riposare, quando un rumore anomalo, proveniente dal vano motore, mi ha fatto schizzare in piedi. Devo fare un inciso e tornare indietro di due settimane circa. Eravamo ancora a Lisbona ed ero dovuto intervenire sull'alternatore per dei problemi elettrici. I guai elettrici li avevo risolti ma, nella stessa occasione, avevo notato che il supporto del suddetto alternatore mostrava dei segni di usura; non sembrava una cosa grave e decisi di non intervenire subito ma di rimandare la sistemazione del problema. Torniamo ora al rumore che si udì mentre eravamo in navigazione. Ho naturalmente spento il motore, sollevato i paglioli, fatti i controlli e la risposta è stata netta: non potevamo più contare sull'alternatore, il suo supporto, appunto già malandato, stava per rompersi completamente. Poco male, a bordo abbiamo due pannelli fotovoltaici e un generatore eolico che, facendo economia di corrente, ci possono dare energia bastante ai bisogni medi della giornata. Smonto la cinghia e immobilizzo l'alternatore, in modo da non sollecitare ulteriormente il supporto. Quindici minuti di lavoro in tutto. Avevo già terminato quando un gocciolio, che era stato presente sin da quando avevo sollevato i paglioli, ma che non avevo focalizzato fino allora, attira la mia attenzione. Un’ispezione e la risposta è terribile: la tenuta dell'asse perde, a dire il vero non copiosamente, ma in modo continuo. Su Ulyxes, oltre agli anelli di tenuta dell'acqua veri e propri ci sono, nella stessa zona, due cuscinetti a sfera, sono dei reggispinta, uno per la marcia avanti e uno per quella indietro. L'acqua salata che gocciola passa proprio attraverso i cuscinetti, perciò si può immaginare che disastro può combinare sulla superficie lucidata a specchio delle sfere e delle piste. L’eventuale avaria dei cuscinetti è di quelle serie e davvero non era saggio continuare facendo finta di niente e sperare nella buona stella. Inizialmente mi sono sentito veramente male dentro. Ho maledetto la sfortuna e ho visto nero sul futuro del viaggio. Mi sono tornate alla mente le difficoltà della prima partenza nel novembre 2003 quando tutto ha congiurato affinché non riuscissi ad arrivare a Gibilterra. Mi è tornato alla mente quanto i venti contrari ci abbiano tenuto fermi ad Almeria, a Portimaõ e a Lisbona. Ho ripensato ai vari problemi tecnici avuti in questi primi due mesi e, insomma, mi sono vittimizzato un tantino. Mi intristiva soprattutto il pensiero che la Norvegia fosse ancora tanto lontana. Quest’ulteriore ritardo l'avrebbe allontanata ancora di più. Che cosa dire poi delle prospettive della riparazione? A Cagliari, ovviamente, non avrei avuto problemi ad organizzare i lavori e a terminarli in pochissimo tempo, ma qui, nel bel mezzo di terre e acque sconosciute, non sapevo neppure da dove cominciare. Anzi, a dire il vero, dovevo ancora decidere verso quale porto dirigere. Le opzioni erano due: La Coruña e Brest. La prima aveva il vantaggio d’essere vicina e, essendo spagnola, forse poteva darci dei vantaggi circa la comprensibilità della lingua e l'atteggiamento della gente, più vicina a noi che non i francesi. La seconda aveva il vantaggio di essere lungo la nostra strada (e i venti erano previsti a favore), ed inoltre, essendo Brest un grande porto, aveva sicuramente le risorse tecniche necessarie alle riparazioni. Sullo sfondo poi c'era la questione economica, lavori come quelli che si prospettavano hanno in genere un impatto economico notevole e il budget di manutenzione era già pericolosamente in rosso. Comunque era necessario decidere, per questo abbiamo cercato di chiarirci le idee discutendo i vari pro e contro. Amalia era sin dagli inizi per La Coruña. Io invece avevo una leggera preferenza per Brest perché era sulla nostra rotta e non avrebbe significato un ritorno indietro. Poi, pesando tutti gli argomenti, e tenuto conto che il vento si era messo, inaspettatamente, da NO   Forza 3-4, ho tirato una linea sulla carta nautica, rotta vera 125°, 35 miglia per La Coruña o, come dicono in lingua gallega, “A Coruña”. La notte l'ho trascorsa al timone. Anche Scipio non ne voleva sapere più di praticare il suo mestiere. Timonava come un nocchiero sbronzo, andava diritto per un pò e poi, improvvisamente di "addormentava" e lasciava andare Ulyxes fuori rotta, ineffabilmente, senza fare una piega, come se non fosse stato suo dovere correggere. Inspiegabile. Non riferisco le male parole che gli ho indirizzato ma ero anche molto preoccupato. Se pure Scipio necessitava di riparazioni potevo ben annunciare il mio prossimo cambio di sport: mi sarei dato all'ippica. Lì, una svolta sfamato e ferrato il quadrupede, resta solo che montarlo e farsi la galoppata, non ci sono molti meccanismi che possano rompersi, a meno che non si rompa il suddetto quadrupede ...
Quindi, in queste poco rassicuranti condizioni tecniche, abbiamo navigato, evitato i soliti pescherecci, seguito con precisione chirurgica le indicazioni del portolano in modo da evitare le secche e i bassifondi che infestano le acque di fronte a La Coruña.
Ci siamo messi in prua il più antico del faro del mondo ancora funzionante, la torre di Hercules, costruito nel II secolo dell'era cristiana dai Romani. Abbiamo traversato zone di mare coperte di schiuma di origine urbana (ah, l'inquinamento!), e, infine siamo entrati nel grande porto. Malgrado lo stato d'animo basso, l'ingresso nel porto sconosciuto è stato carico di piacevole tensione, come mi capita sempre in queste situazioni, e poi la ria (in spagnolo “ria” sta per fiordo) è veramente spettacolare. 
Questi paesaggi costieri galiziani, cosiddetti appunto “a rias” sono molto belli. Già a Camarinas era stato emozionante entrare nelle affrattuosità, mai anguste però, di queste antiche valli fluviali, ora sommerse dalle acque dell'oceano.
Le foreste e i prati verdissimi si estendono giù fino alla riva, le abitazioni e i centri abitati hanno caratteri totalmente differenti da quelli della Spagna mediterranea. Hanno un che di nordico, anche in un certo quale ordine e compiutezza delle costruzioni.
Ma torniamo al porto di La Coruña e al suo Club Nautico, scalcagnato come pochi. Si trova proprio sotto l’immancabile forte d’epoca. 
Trovare un ormeggio non è stato semplicissimo, all'ingresso ci sono molte barche sia all'ancora che alla boa e bisogna fare lo slalom fra di esse per arrivare ai derelitti pontoni del Club. Guardando con attenzione tra le barche già ormeggiate bisogna poi individuare uno spazio vagamente libero e ivi inocularsi senza tanti complimenti. Così abbiamo fatto e, dopo aver ormeggiato, qualcuno è arrivato per dirci che...potevamo stare dove eravamo. Bene, intanto siamo in porto. Dobbiamo riparare la barca ma ne riparleremo, per ora ci godiamo questo scalo inaspettato.

PS:  Il problema di Scipio era di facile soluzione, le solite cimette incasinate.

Dal giornale di bordo:

Siamo arrivati ieri a La Coruña e sono due giorni dacché abbiamo dovuto invertire la rotta. All’inizio l’ho presa proprio male. Se ne sono resi conto anche gli amici radioamatori che si sono dati un gran daffare per solidarizzare e ritirarmi sù il morale.
Queste Isole Svalbard si stanno allontanando sempre di più. Anzi, devo ammettere che già durante la risalita della costa del Portogallo, così lenta a causa dei venti da nord, ho cominciato a pensare che esse fossero fuori della nostra portata. Ormai mi ero quasi rassegnato a fare una corsa fino a Bergen, giusto per toccare la Norvegia, e poi tornare sui miei passi. Forse erano fuori portata anche per certi problemi di risorse umane. Ma questo è un’altra questione, non ho voglia di pensarci. Per ora c’è questo problema dell’alaggio. Tiro su la barca e devo sistemare tenuta dell’asse, ecoscandaglio, staffa dell’alternatore. E il carenaggio? L’avevo previsto a Portimaõ per il mese di ottobre, durante la navigazione di ritorno, in rotta verso le Canari. Ma ora che tiro su la barca potrei rivedere la cosa e decidere di sfruttare al meglio questo alaggio imprevisto. Tra l’altro per stare a terra mi hanno chiesto 8 euro + IVA al giorno, più che conveniente. Finisce che per fare i lavori passa l’intero mese di giugno e allora cambio tutto e magari mandiamo in vacca i progetti e ce andiamo alle Azzorre. La rinuncia alla Norvegia credo non sarebbe una cattiva notizia per Amalia. Sono due mesi che siamo partiti, man mano che il tempo passa le cose si chiariscono e si capiscono meglio. Questo progetto di viaggio a nord non è per solitari, anzi ci vuole equipaggio all’altezza. La barca però c’é. E’ già qualcosa.