Album foto viaggio con Shaula3 Luglio-Agosto 2018

Viaggio coste spagnole a bordo di Shaula dell'amico Danilo Baggini (Luglio-Agosto 2018)

sabato 29 maggio 2004

E fu Portogallo

Siamo di nuovo in Spagna, esattamente a Camariñas in Galizia. Siamo appena arrivati provenienti da Leixões e già amiamo questo luogo. Ma questo farà parte forse d’altre impressioni. Oggi parlo del Portogallo che abbiamo lasciato, a malincuore, e che ci accolto per quasi un mese (molto di più di quanto non prevedessi, ma il vento impone le sue regole e bisogna accettarle a cuor leggero). E lo saluto parlando dell'ultima città portoghese che abbiamo avuto opportunità di visitare, Porto. Che poi sarebbe la nostra Oporto, la " o" soprannumeraria mi ha fatto comicamente pensare ad un ipotetico antico napoletano di passaggio che, arrivando via mare, avesse detto semplicemente - Simm’arrivati, ecco ‘o porto’- storpiandone così il nome per sempre. Posso solo dire che se dovessi scegliere una città del Portogallo dove stare, tra quelle visitate finora, quella città sarebbe senza dubbio Porto, è un gioiello. Non sarà senza significato che sia stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. E’ costruita sulla riva destra del fiume Douro, il quale scorre in una profonda e verdissima valle. Sul fiume, lungo gli argini, banchine, depositi, e, oggi, anche ristoranti e bar con i tavolini all'aperto. A partire dal fiume, in ripida salita, uno snodarsi di vie e viuzze che, a percorrerle, sono una continua sorpresa. Un “ooh” segue ad un altro “oohh”. Uno stretto vicoletto, sul quale si aprono direttamente le porte delle case o dei cortiletti e che mostra senza bigotta pudicizia panni stesi ad asciugare, si apre su una piazza enorme e bellissima, dove si erge, in cima ad una colonna, la statua di Enrico il Navigatore che, almeno così vuole una tradizione appresa qui, nacque proprio ad Oporto.
Sulla gran piazza convergono altre strette stradine piene d’umanità, e grandi e importanti ruas, sulle quali insistono palazzi la cui architettura ricorda molto quella dell’Europa continentale, sembra di averli già visti a Parigi o a Monaco di Baviera. E questo è il vero motivo della sorpresa che si prova passeggiando per Porto, un contrasto unico tra angoli colorati e pieni di vita e  palazzi e  monumenti che restituiscono appieno il carattere internazionale e di crocevia dei commerci che Porto ha avuto in passato, e che, in parte, ha ancora oggi. Quale differenza con Lisbona! Porto ovvero una grande impressione di vitalità, Lisbona ovvero la nobiltà decaduta. A Porto, complici i prossimi campionati europei di "futbol", tutto è per aria. Ma lavorano in tantissimi, fino a sera inoltrata, per rendere la città ancora più bella. A Lisbona molto è per aria....e basta.

Dal giornale di bordo: 21 maggio,

Stanotte abbiamo preso una cima nell’elica. Quello che temevo si è avverato; era già dai tempi di Alicante che la presenza di galleggianti per nasse, le spadare e tutta la parafernalia di attrezzi da pesca e non, incombeva. Mi dicevo che era probabile che prima o poi qualche cosa finisse esattamente sulla rotta dell’Ulyxes, magari di notte, quando le possibilità di avvistamento sono assai ridotte o inesistenti. Finora era andata bene. Stanotte invece il fattaccio è accaduto. Intorno alle due del mattino si procedeva a motore, in assenza di vento, rotta 025° diretti a Leixões (Porto), ma con l’intenzione, se questa tregua dei venti da nord si fosse mantenuta, di proseguire fino a Vigo. Verso le due noto una lunga ma indistinta cosa chiara di poppa, capisco al volo che si tratta di qualcosa che la barca sta trascinandosi dietro. Vado a prua per controllare i miei cavi d’ormeggio che sono lì riposti, tutto è in ordine, non stiamo trascinando cavi di nostra proprietà. E allora che cosa è? Non c’è scelta, debbo fermare la barca e tirare su l’UFO per attribuirgli un nome. Metto in folle, la barca si ferma, col mezzo marinaio arpiono il groviglio, salpo, salpo finche un ammasso di cima è a bordo. Mi restano in mano due capi che vanno (orrore!) entrambi sotto la barca. Tiro alternativamente, con forza, prima un capo poi l’altro, mi aiuto anche col verricello, ma non ci sono risultati. Comincio a scoraggiarmi, pavento la necessità di tuffarmi all’alba in oceano, l’idea mi fa rabbrividire in tutti i sensi. Con la torcia mi sforzo di vedere e capire che cosa renda il groviglio così tenace e noto dei guizzi improvvisi. Osservo meglio: aguglie. Il mare pullula letteralmente di aguglie, che si muovono con scatti rapidi ed entrano ed escono, come saette, nel cono luminoso della torcia, e capisco anche il significato di certi sbuffi che potevo udire nel buio: delfini. Ogni tanto uno di essi guizza nelle vicinanze e percepisco il chiarore della sua pancia bianca. Noi galleggiamo immobili come papere con l’elica impastoiata, mentre tutto intorno c’è un gran movimento, è in corso un banchetto e forse c’è chi è più infelice di noi: le aguglie. Ritorno all’idea di tuffarmi. No, l’idea non mi sorride per nulla, non per i delfini certo, meno che meno per le aguglie. Però in un’altra occasione anni fa, non tanto più ad ovest della nostra posizione attuale, ho visto sia gli squali sia le orche. Non mi faccio illusioni, se dovrò entrare in acqua dovrò farlo con la consapevolezza che potrei correre un grave pericolo. Potrei anche tentare di chiedere aiuto, farmi trainare da un rimorchiatore e, arrivati in porto... potrei vendere la barca per pagare le spese. Basta, devo inventarmi qualcosa di sensato, ho già pensato troppe stupidate. Tento l’azzardo, rimetto in moto e, con precauzione e batticuore, innesto la marcia avanti per una frazione di secondo. Le due cime si tendono ulteriormente. Niente, è chiaro che la marcia avanti le avvolge intorno all’elica ancora di più. E allora, marcia indietro. Stessa solfa ma, armeggiando e tirando in maniere abbastanza casuale sulle cime e sulla leva dell’invertitore riesco a recuperarne un bel pò. Arrivo però al punto in cui la tensione non si allenta più e non riesco a recuperare altre porzioni della stramaledetta cima. Ormai in preda ai pensieri più pessimistici prendo il coltello, mi sporgo fuori bordo al massimo possibile e taglio le due cime, più in basso che posso. Poi do macchina avanti, con tanta apprensione e timore delle conseguenze. Agli inizi c’è, in effetti, un poco di casino in corrispondenza dell’elica ma poi, lentamente, mentre la barca comincia a muoversi, i rumori anomali paiono scomparire. Presto orecchio ad ogni singolo rumore e vibrazione, lo paragono mentalmente ai rumori che la barca faceva prima, do un po’ di manetta, la barca accelera, il motore, la trasmissione, l’asse, tutto sembra normale, porto i giri fino al regime normale e la barca assume una velocità…superiore all’usuale! Davvero bizzarro, ma tutto sembra in ordine e io non tocco più la manetta. Metterò in folle solo un attimo prima di poggiare Ulyxes alla banchina di Leixões. Facciamo le 15 miglia fino al porto con animo sempre più leggero. Via via ci convinciamo che riusciremo ad entrare in porto con i nostri mezzi e, finalmente, alle 10:30 siamo ormeggiati, al sicuro. Che sollievo. I residui di cima che erano rimasti attorcigliati intorno all’asse li ho tolti immergendomi nelle acque poco invitanti del porto di Leixões, poco invitanti, è vero, ma esenti da predatori pericolosi.
Una piccola spiegazione sull’aumento di velocità osservato. In occasione della partenza di novembre, fra le tante disavventure, avevo anche preso con l’elica una cima galleggiante che trainavo come misura di sicurezza, nel caso fossi cascato in mare. Credevo di essermene liberato completamente e non ci avevo pensato più. Invece, probabilmente, qualche filaccia era restata aderente alle pale, col risultato di alterarne il profilo idrodinamico e causare quindi uno scadimento del rendimento. Con tutta evidenza l’incidente di stanotte ha avuto l’effetto di ripulire l’elica dai vecchi residui e il rendimento è immediatamente migliorato. Quando si dice…

Dal giornale di bordo:

E’ il 25 maggio, siamo in navigazione e abbiamo appena passato Capo Finisterre, un nome una fama. Ma per noi è un passaggio di tutto riposo, andiamo a vela con un vento al traverso F3, Ulyxes non va velocissima, ma che pace, che bell’andare. Questa è la notte degli uccelli. Viene a bordo un piccione, ha la fascetta ad entrambe le zampe, è pure molto simpatico, si fa prendere e accarezzare ma scagazza dappertutto. Prendiamo in esame il proposito assassino di fargli fare un tuffo in pentola ma, stante che siamo entrati un po’ in confidenza, decidiamo di soprassedere. Credo che il  pennuto però non si sia rallegrato dello scampato pericolo poiché nulla aveva percepito. Avrebbe potuto mai pensare che quelle mani amorevoli, che lo carezzavano e gli porgevano delle briciole di pane appartenessero a dei potenziali assassini!  Ad ogni buon conto, dopo poco si è eclissato, togliendoci ogni  tentazione e… il fastidio delle sue deiezioni. E’ stata poi la volta di due passeriformi, uno è sparito subito, mentre l’altro si è distinto in acrobazie da circo, nel tentativo di trovare un punto dove appollaiarsi in comodità. Purtroppo al mattino lo abbiamo trovato morto. Stecchito. Chissà che cosa aveva.

martedì 25 maggio 2004

La risalita del Tago

Abbiamo appena lasciato Lisbona. La discesa del Tago non è emozionante come la risalita perché manca la novità dell'evento, i panorami li avevamo già visti due settimane prima, erano quindi ancora freschi nella mente e non ci potevano colpire tanto, come invece è accaduto la prima volta. Siamo così di nuovo in Atlantico. Ma ora vi parlerò della risalita che è durata solo poche ore, ma che ore!
C’eravamo lasciati a Cascais. Arrivammo di notte e al risveglio ancora ero indeciso se risalire il Gran Fiume che mena a Lisbona. Il portolano era abbastanza allarmante circa le correnti e i bassifondi che infestano la bocca del fiume. Roger, un inglese incontrato a Gibilterra, mi confessò che nella sua discesa dall’Inghilterra aveva fatto scalo a Cascais ma, pur desiderandolo, non aveva voluto risalire il fiume, perché aveva valutato la cosa un pò rischiosa. Nel tentativo di rassicurarmi ho deciso di parlare della ipotetica risalita con il  personale del marina di Cascais. La risposta, lapidaria e disarmante, è stata: "It's not for all"  che, interpretato e tradotto in italico, suona pressappoco così: "Lascia perdere!". Non mi sfugge che sono un modesto navigatore mediterraneo e le maree, le correnti, la navigazione negli estuari li conosco solo per sentito dire. Ce n'era abbastanza per lasciar perdere. Però è da sempre che io voglio visitare Lisbona. Non so dire precisamente perché, ma il fascino dei “Descubridores” portoghesi, Enrico il Navigatore, la grande e terribile epopea coloniale, e, per venire ad oggi, il fado e Amalia Rodriguez, erano tutti dei buoni motivi per non perdere l'occasione.  E poi, diamine, c’è una prima volta per tutto! Studio parola per parola le istruzioni del portolano, consulto le tavole di marea, pianifico in anticipo, sulla carta, tutti i nostri movimenti e decido. Risaliremo il fiume. Alle 13:30 lasciamo Cascais per trovarci alla bocca del Tago esattamente nel momento in cui la marea comincia a salire e la corrente porta "dentro". Che cosa mi si agitava dentro in quei momenti è facilmente intuibile. Ansia, preoccupazione per la responsabilità che mi stavo assumendo nei confronti della barca e nostri, paura di sottovalutare le difficoltà e di sbagliare qualcosa. A me è sempre accaduto che, nell'apprendere un nuovo procedimento o un nuovo argomento, la difficoltà, in generale, non era capire i singoli elementi uno ad uno, sui libri essi sono in genere ben descritti, spesso anche troppo in dettaglio. No, il vero cimento è sempre stato di capire quale degli elementi esposti era importante e quale lo era di meno. Questi elementi, quando si leggono su un libro, sono tutti scritti con i medesimi caratteri, sembrano tutti su uno stesso livello d’importanza e di difficoltà. La vera conoscenza, la vera sapienza consiste proprio nel discernere che cosa è importante, che cosa lo è meno e che cosa non lo è per niente. Questa sapienza nasce, insieme, dallo studio e dalla pratica. Ovviamente il primo lo si fa sui libri ma la seconda no, non può essere trasmessa in alcun modo, bisogna viverla in prima persona. Certo, se c’é qualcuno esperto a fianco si rischia di meno e si evitano gli errori più comuni, ma non era il mio caso. Io ero solo, con le mie letture, le mie tavole di marea e ... tanta voglia di provarci. Così eccomi a percorrere le circa dieci miglia che ci separano dall'ingresso del fiume, ingresso che, neanche a dirlo da queste parti, è segnalato da due forti. Sulla sinistra Forte Sao Joaõ  e a destra Forte Bugio. Bisogna fare rotta per 110° da Cascais e questa ci porterà a metà della congiungente i due forti. Mentre navighiamo scorre il panorama di Cascais. Ieri non abbiamo visto nulla perché era buio al nostro arrivo. E’ una zona ad alto sviluppo turistico, ma la parte più antica di Cascais è molto interessante e sorprendente.
Una volta era una località alla moda presso l’Europa che contava, anche il nostro ultimo re Umberto II è venuto qua in esilio e gli hanno intitolato una strada. 
C’erano ospiti di tutte le nazionalità ed ecco che l’architettura si mostra piena di reminiscenze varie, anche mitteleuropee, mischiate al colore portoghese. Un accostamento affascinante.
A proposito di colore ancora non vi ho ancora parlato dell'azul (azzurro). E’ il colore principe nella decorazione delle case tradizionali portoghesi. E’ un bellissimo punto d'azzurro che è usato per porre l’accento su particolari architettonici quali riquadri delle imposte,  balconcini (tutti in ferro battuto, deliziosi),  spigoli delle case ecc. Esiste poi un particolare elemento decorativo, chiamato "azulejo", che, a dirla in parole povere, è un mosaico, realizzato con mattonelle in maiolica.
Gli artisti, eh sì perché a volte si tratta veramente di arte, dipingevano sulle mattonelle, una per una, con un tratto azzurro su fondo bianco, porzioni del soggetto, a volte sacro, a volte profano, a volte naturalistico. Queste mattonelle venivano cotte al forno e poi sistemate sul muro, come un grande "puzzle". In questo modo hanno potuto rappresentare scene, anche le più minute, che si possono trovare sui muri delle abitazioni private, fino a quelle di carattere manieristico che si trovano su chiese, fontane e palazzi pubblici. Un trionfo di dettagli, vesti sontuose, scene di vita pubblica o piccole immagini di devozione che meriterebbero, da soli, un'attenzione esclusiva.
Ora però torniamo alla nostra navigazione.  Le dieci miglia fino alla congiungente i due forti si consumano rapidamente e inesorabilmente, il vento si è rimesso da Nord intorno ai 20 nodi ( che poi arriveranno a una trentina!). Forte Sao Joao si avvicina. E’ una struttura militare, arcigna e scura, che, insieme all'altro forte, doveva assicurare un caldo benvenuto alle navi nemiche che avessero tentato di avvicinarsi alla capitale lusitana.
La giornata è molto bella con una leggera foschia e anche il bastione bianco di Forte Bugio è presto in vista nel bel mezzo dell’estuario del Tago. 
Da dietro Sao Joao spunta un'altra barca a vela, è francese, lei sfrutta l'ultimo periodo di corrente discendente per lasciare Lisbona e fa quindi la rotta contraria alla nostra. La mezzeria della congiungente i forti si avvicina, intravedo delle boe sulla destra, devono essere quelle che delimitano i bassi fondali. Caspita quanto sono al largo, dalla carta non traevo la stessa impressione, me le aspettavo più vicine alla riva. Questo significa che le secche si estendono verso il centro del fiume, in pratica verso la suddetta mezzeria sulla quale siamo diretti. Scrutiamo sulla sinistra, un allineamento ci dovrebbe dire quando virare per 047° onde evitare di finire sulle secche. La foschia non ci aiuta, le costruzioni sulla costa sono tante, la “Water tower" (torre piezometrica) di Gibalta non si distingue. Essa è uno dei due elementi dell’allineamento suddetto. Se non la vedo non posso dire quando sarò sull’allineamento cercato. Ma ormai stimo di essere giunto sul punto dove, secondo la mia pianificazione, debbo virare. Che faccio? Viro anche senza vedere gli allineamenti a terra? Esito mezzo secondo e poi viro comunque a sinistra per 047°, rotta obbligatoria. Dalla mia esperienza di volo ho conservato molti insegnamenti, uno dice: quando stimi di aver raggiunto il punto previsto di virata, vira! Se non riconosci il punto, vira lo stesso! Se la pianificazione è ben fatta e l’hai seguita scrupolosamente non puoi sbagliare di tanto. D’altronde é intuibileche sia difficile riesca a riconoscere particolarità della costa in un'area sconosciuta. Con un filo d’apprensione sulla rotta 047° pianificata. Compare una boa di “acque libere” proprio nella zona dove ci troviamo noi. Bene, è una conferma che siamo in acque sicure. Poi, passata una decina di minuti, all'improvviso, come per un prodigio, la segnalazione che attendevamo si palesa davanti a noi con la sua lucetta lampeggiante rossa e l'altra luce rossa fissa, sullo sfondo, allineata con la prima. Ci assicura che siamo perfettamente in rotta. Evviva. Siano benedetti gli insegnamenti dei miei istruttori di volo di Moose Jaw, loro sapevano che, volando sul bianco invernale del Canada, era facile che un segno del terreno si perdesse nel biancore uniforme della neve e per questo davano tanta importanza alla navigazione stimata. Nel frattempo, assorbiti dall'osservazione della costa, non c’eravamo quasi accorti che stavamo lasciando le acque dell’oceano e stavamo entrando nel Tago. Che spettacolo! Le rive sono molto boscose, il fiume è larghissimo. Sulla riva sinistra per chi entra, quella più abitata e dove sorge anche Lisbona, è un succedersi di belle case e ville.
Sulla riva destra pochi insediamenti urbani e qualche struttura industriale. Sullo sfondo, in direzione di Lisbona, che ancora non è in vista, si erge, maestoso e impressionante per le dimensioni e le linee svelte, il ponte "25 do April", due enormi pilastri e una campata sotto alla quale passava tranquillamente la Queen Mary. 
E’ un'opera gigantesca, che si rivelerà in tutta la sua ciclopicità solo passandoci sotto con la barca  ( e io che, ingenuamente, avevo chiesto al personale del marina se avrei avuto problemi a passarci sotto col mio albero alto 15 metri… Mi hanno guardato con compassione!). L'allineamento ci porta per mano fino al punto dove un'ultima boa segnala la fine dei bassi fondali. Lì possiamo virare a destra e iniziare la risalita vera e propria. Il fiume è molto profondo e la navigazione è sicura. Noi ci teniamo vicini alla riva sinistra e Amalia mi parla, in termini entusiastici, della Torre di Belem, che lei visitò dieci anni fa. Però non si ricorda bene dove sia, e poi la prospettiva dalla barca a vela è molto diversa da quella di chi arriva via terra. Ma ecco che comincia a biancheggiare una costruzione particolare.
Merli, torri, bastioni, e, avvicinandoci, particolari architettonici e decorativi un po’ bizzarri, forse un pò arabeggianti, quasi dei merletti. Poi leggerò che si tratta di un luminoso esempio d’architettura manuelina. E' appunto la torre di Belem, uno dei monumenti più famosi di Lisbona e sicuramente merita la sua fama. Poco oltre si erge il grande monumento in marmo ai "Descubritores" portoghesi. In prima posizione prega l'onnipresente "Infante Dom Enrique", che per noi è semplicemente Enrico il Navigatore. A seguire, una folla di soldati, funzionari, prelati in pose pompose e retoriche, con larga presenza di stendardi e simboli religiosi (… ah, se potessero parlare tutti quei nativi ai quali l'ostia fu fatta ingurgitare a suon di randellate!). Scopriremo nei giorni seguenti che nel piazzale posto davanti al monumento è stata sistemata una grandissima rosa dei venti, offerta dal Sud Africa in segno di riconoscimento per la parte avuta dai portoghesi nel raggiungere il Capo di Buona Speranza. E’ talmente grande che la si può cogliere nella sua interezza solo salendo in  cima al monumento. Ci avviciniamo ormai al grande ponte, è immane, intimidisce, meraviglia e...assorda. Il rumore generato dal passaggio dei mezzi di trasporto è simile al ronzio di miliardi e miliardi di api, un ronzio catastrofico. Inizialmente, a distanza, neppure lo si avverte, poi, avvicinandosi, sembra di percepire qualcosa, non si è sicuri neppure che sia un rumore reale. Ma, al diminuire della distanza il rumore diventa ben reale. Passando sotto il ponte ci si chiede come sia possibile vivere nelle sue vicinanze, è roba da fare a pezzi i nervi più robusti. Nel frattempo è apparsa Lisbona, adagiata sulle colline. Il panorama è molto dolce e non riesco a non cadere nella più scontata delle fantasie. Guardo quel panorama e cerco di immaginare i pensieri e le emozioni dello stuolo di uomini che da queste rive sono partiti, stipati come sardine in navi che erano grandi e maestose solo nella nostra fantasia, alla ricerca d’oro, fama e ricchezza. I Grandi, i Vasco de Gama per dirne uno, sono famosi e le loro storie sono note, ma gli equipaggi, i soldati, sono per noi una massa indistinta. Ma erano anch’essi degli uomini. Lasciavano casa, mogli, fidanzate, figli, genitori, amici, nella speranza di tornare carichi delle ricchezze che i miti del tempo facevano balenare davanti alle loro avide immaginazioni. Con quali paure, anche le più incredibili, lasciavano la sicurezza della loro patria. Navigavano in  acque sconosciute che immaginavano popolate dai più spaventosi di mostri marini, affidandosi esclusivamente alle capacità, oggi misteriose e quasi magiche, dei loro comandanti. Le cronache non ci hanno conservato queste informazioni, le loro storie non hanno fatto la Storia. Ora il fiume è frequentato da altri marinai, ben più comodi e fortunati, come noi ad esempio, o come quei due che, a bordo di una pilotina con su scritto "Tejo pilot", si avvicinano con decisione ad Ulyxes e che, arrivati a portata di voce, dicono qualcosa che non capiamo ma che ci allarma. E se avessimo infranto qualche regola sconosciuta? E se stessimo combinandone qualcuna storica? Ho un momento di incertezza, fermo la barca, li guardo con aria interrogativa e loro, intuito il nostro imbarazzo, con grandi sorrisi ci tranquillizzano con un "solamente para complimentar la barchiña italiana". Non ho indagato ulteriormente se i complimenti erano per la barca, per la bandiera poco comune, o per l'equipaggio o la parte femminile di esso, ma ero molto felice dell'accoglienza. Intanto Ulyxes continuava a risalire il vecchio fiume, restava solo da individuare il nostro ormeggio, già erano passati alcuni approdi il cui ingresso si apriva direttamente sul fiume. Superate alcune grandi navi ormeggiate alle banchine, viriamo intorno alla testata di una di queste e subito dietro troviamo l'ingresso del “Doqe de Alcàntara” (l'accento è lì di proposito, ho scoperto che noi in italiano sbagliamo la posizione dell'accento tonico). Ormeggiamo all'interno dopo esser passati a fianco di una autentica meraviglia, una vera fregata a vela della Marina Portoghese, ancora funzionante, armata di veri cannoni ad avancarica, costruita naturalmente in legno e con la carena fasciata di rame.

Siamo davvero arrivati a Lisbona e ho il cuore che mi batte per l'emozione. 
  
Dal giornale di bordo:

Tutto il vento da nord che stiamo incontrando sta rallentando il nostro cammino in maniera decisa. E’ vero che c’era da aspettarselo, non posso dire che sia una sorpresa. Però abbiamo già perso tanto tempo a causa di questo fatto, la permanenza negli scali è stata spesso prolungata nell’attesa che i venti contrari allentassero la loro presa. Man mano che i ritardi si accumulano le possibilità di raggiungere le Svalbard si assottigliano. E’ vero che non me l’ha ordinato il medico di arrivare lassù a tutti i costi, ma non posso impedirmi di ripensare alla grande preparazione, alle spese, al lavoro, al tempo dedicato a questo progetto; ai sogni di riuscire a raggiungere la terra da cui partì il dirigibile Italia di Umberto Nobile. Non mi sono mai nascosto le difficoltà ma gli sviluppi del viaggio, dalla mia partenza disastrosa di novembre alle contrarietà e i ritardi dopo la seconda partenza, mostrano una certa ostilità del destino. Bon, debbo farmi una ragione di queste cose e valorizzare quello che di buono sta venendo da questo viaggio. Forse in queste condizioni non posso chiedere di più.


giovedì 20 maggio 2004

Da Lisbona

Lisbona, la capitale del Portogallo, la città più importante e conosciuta di questa nazione. E’ ricca di storia e di monumenti ma molto è, come dire, un tantinello poco curata. Il portolano, che dà succinte descrizioni delle città portuali, definisce Lisbona leggermente "dilapidated" e tale aggettivo, d’immediata espressività ma non facilmente traducibile, si attaglia alla perfezione alla città.
Come si può  facilmente intuire è  ricca di ricordi del suo grande passato, ha delle zone monumentali e di grande fascino ma, se la percorrete a piedi, se lasciate l'area storica monumentale e entrate nel Barrio Alto, oppure andate per tutta la zona che fronteggia il porto, oppure, ancora, vi addentrate nel rione Alcàntara, beh, non potrete fare a meno di dispiacervi per l'aria di abbandono. Provai la stessa sensazione andando in giro per Palermo e Napoli. Le testimonianze di un grande passato sono ingloriosamente svillaneggiate dall'incuria dei contemporanei. Dovrebbe essere proibito per legge!!
In Portogallo a palesarsi come italiani c'è gran convenienza; ogni volta che è accaduto, cioè sempre, dato che non parlavamo la loro lingua e la nostra provenienza veniva subito dichiarata, l'attitudine dei locali era di grande simpatia e stima (sono forse gli unici al mondo, oltre a noi italiani, a comprare le auto Fiat). Si danno un gran daffare per fornire le informazioni richieste e per essere d’aiuto. A noi è accaduto un fatto davvero singolare che prova queste impressioni. Eravamo sul tram che unisce il porto al Centro Culturale di Belem. Per la calca non eravamo riusciti ad avvicinarci al distributore dei biglietti quindi noi, italiani, stavamo viaggiando su un tram di Lisbona da "portoghesi", davvero il colmo. Ero sulle spine, già mi vedevo alle prese con un controllore che non avrebbe capito i miei farfugliamenti, che mi avrebbe richiesto i documenti, immaginavo la meschina figura che avremmo fatto come individui e come italiani all'estero, pensavo alla multa che avremmo dovuto pagare. Queste riflessioni le facevo con Amalia, quando si avvicina un signore in divisa....ahia, proprio lui, un impiegato del CARRIS (l'Azienda dei Trasporti Comunale) che si rivolge a noi, in portoghese. Mi dico " Ecco fatta la frittata". Mi accingo a cospargermi il capo di cenere e a implorare la clemenza della corte, quando, lui, che ci aveva notati sin dalla nostra salita sul tram, ci spiega di aver capito che siamo italiani, dice che lui è un "chef" , un funzionario insomma o giù di lì, dei trasporti e che noi dovevamo stare attenti ai borsaioli che su quella linea, il 15, sono una piaga e mima il modo più efficace per tenerci strette le nostre cose. E non ci chiede del biglietto. L’avrei abbracciato. Se questo non è trattar bene lo straniero...

P.S.
Alcune ore più tardi mentre, sulla via del ritorno alla barca, attraversiamo una strada, un'auto si ferma per farci passare, al volante indovinate chi c'è, ma sì, ancora lui, il nostro angelo controllore che si sbraccia in cenni di saluto, Lisbona è proprio piccola e i portoghesi sono veramente cortesi e simpatici.

giovedì 13 maggio 2004

Diario di un giorno in navigazione

In genere vi parlo della barca e dei luoghi che raggiungiamo ma, a ben guardare, lascio in secondo piano il racconto sullo svolgimento delle giornate a bordo e su come si svolga effettivamente la navigazione da un porto ad un altro. Lo faccio perché penso che un’abbondanza di dettagli sulla navigazione e sugli aspetti tecnici potrebbe anche non essere d’interesse generale. Credo che ciascuno, nel leggere, si farà una sua personale idea della barca, del mare, del vento, delle manovre, dello scorrere della vita di bordo anche se, necessariamente, non potrà mettere a fuoco i dettagli di questa vita.
Noi abbiamo fatto, alcuni giorni fa, la navigazione da Sines a Cascais, lungo la costa portoghese. Si è compiuta nell'arco di una giornata ed è stata quindi una navigazione di breve durata, ma significativa ed esemplare di tante altre navigazioni. Ecco allora l'idea: salite con noi a bordo di Ulyxes e, insieme, facciamo questa giornata di navigazione in Atlantico, seguendo le note del giornale di bordo. Vi darò molti dettagli su come sono trascorse queste 15 ore e niente paura, se a qualcuno venisse il mal di mare (o si annoiasse) può scendere a richiesta, basterà… smettere di leggere. 
E’ il 9 maggio. Il mio sonno s’interrompe intorno alle quattro del mattino, mentre siamo all'ormeggio nel porto di Sines, sulla costa occidentale del Portogallo. C’eravamo rifugiati qui due giorni fa per il forte vento. L’intenzione é di raggiungere Cascais, nei paraggi di Lisbona, non appena il vento da nord, che infuria senza tregua, molli un pò.
Sono due giorni che ce ne stiamo rintanati a guardare il mondo attraverso gli oblò. 
Stamattina, verso le quattro, sono stato svegliato… dall’assenza del vento, quel vento che ha rumoreggiato e sibilato tra il sartiame nelle ultime 48 ore, senza interruzione. Lo specchio d'acqua davanti ad Ulyxes è finalmente calmo e la barca non ha il benché minimo movimento; questa calma e questo silenzio sono, a modo loro, tanto clamorosi ed insoliti da riuscire appunto a svegliarmi. Chiamo gentilmente Amalia per proporle la partenza immediata, ma l'idea non viene accolta con l'entusiasmo che merita, anche perché il ricordo dello sballottamento del trasferimento precedente è ancora molto vivo. Desisto e mi riaddormento. Fino alle sette. A quel punto non ce la faccio più, vedo che la calma di vento persiste, so che non durerà e, presto, si rimetterà il vento da nord. Sveglio l’equipaggio, sempre con cortesia ma, stavolta, anche con fermezza e, rapidamente, si fa colazione. Tè, fette biscottate con marmellata, biscotti, caffè e una mela; mentre io vado alla "Recepçao" per saldare il conto e salutare, Amalia rigoverna. Torno e provvediamo a liberare la barca dalla ragnatela di ormeggi apprestati precedentemente, lasciamo solo il doppino a prua e a poppa.  Amalia molla a prua al comando, io libero a poppa, dò macchina avanti e la barca scivola fuori dell’ormeggio con delicatezza. Il mare é liscio come l'olio e riflette l'abitato di Sines, la sua bellissima spiaggia e i mille colori dei pescherecci piccoli e grandi ormeggiati sul lato opposto dell'insenatura. Usciamo dal porto facendo attenzione ai galleggianti (bottiglie di plastica!) delle nasse e dei palamiti che qui sono una vera piaga, sono dappertutto, malamente visibili. Appena fuori dal porto imposto prua 315° per doppiare Capo Espichel, il vento si mantiene calmo e procediamo a motore ad andatura economica, 4 nodi rilevati al GPS. Ieri, finalmente, sono riuscito a sistemare il solcometro e ho l'indicazione di velocità rispetto all'acqua, 3.5 nodi, la differenza l'attribuisco ad un pò di corrente a favore. Nel corso della navigazione avrò invece modo di appurare che il solcometro effettivamente segna una velocità inferiore a quella reale, dovrò calibrarlo. Anche questo finisce nella lunga lista delle cose da fare! Sto al timone e mantengo la rotta meglio che posso, non possiedo un autopilota elettronico e Scipio, il timone a vento, in assenza dello stesso si rifiuta naturalmente di collaborare. Amalia ogni tanto mi da il cambio e io ne approfitto per rilevare la posizione al GPS e riportare il punto sulla carta, controllo la rotta, imposto piccole correzioni e aggiorno la stima dell'orario di arrivo a Cascais. Se continua così alle 18 saremo in porto. Però non spargo la voce, è meglio non dare illusioni, il vento da queste parti è capriccioso e, sempre, bastian contrario, so che può soffiare da un momento all'altro da nord e allora addio arrivo con la luce del giorno. Se arriveremo di notte è probabile che dovremo stare fuori del porto fino all'alba, io non amo entrare di notte in un porto sconosciuto, lo faccio solo se sono completamente padrone della situazione, com’è già accaduto a Gibilterra. Filo di poppa la traina con Giosuè, il nostro Rapala killer, che però oggi farà cilecca, non era evidentemente in gran forma.
Sssssh.... zitti, zitti, sono le 11 e arriva un venticello da Ovest Nord Ovest, prima forza 2 che poi passa a 3, insomma una decina di nodi che ci permettono di svolgere tutto il fiocco che, cazzato a ferro, ovvero reso quanto più possibile piatto e teso, ci dà una gran mano ad aumentare la velocità che è spesso sopra i sei nodi. Non male. Inoltre l'arrivo del vento mi permette di scatenare le smanie di Scipio, che comincia a prendersi cura della condotta della barca e io posso lasciare il timone. I puristi si chiederanno perché non andassimo solo a vela, utilizzando anche la randa e bolinando sui bordi. Beh, anche a me il rumore del motore non piace, preferisco lo sciabordio dell'acqua contro lo scafo e il fruscio del vento sulle vele. Però "à la guerre comme à la guerre", se un pò di motore mi permette di arrivare in porto con la luce e di evitare di stare tutta la notte in panna, in una zona frequentatissima com’é l'estuario del Tago, allora non ho dubbi, utilizziamo “il vento di sentina”. Ne guadagniamo in sicurezza e arriviamo prima. Tra l'altro su questa costa la sventolata da nord è sempre in agguato e allungare i tempi significa aumentare la possibilità di buscarne una ed essere ricacciati indietro, perdendo miglia e miglia. Mentre procediamo, la terra, di poppa, si fa sempre più indistinta, solo alcune ciminiere, altissime, a sud di Sines, si mostrano ancora, come spilli puntati in cielo, mentre a prua comincia ad intravedersi Capo Espichel. Un nome che mi è già familiare, tante sono le volte che l'ho letto sulle carte. Quando, in passato, fantasticavo sulle mie navigazioni future esso si poneva davanti a me in ogni possibile rotta verso il Nord Europa.  Per ora lo intravedo nella foschia e mi chiedo che aspetto avrà. Sarà bello? Sarà così così? Eh sì perché c'è capo e capo. Vedremo. Intanto la rotta necessaria, per far portare bene il fiocco si è stabilizzata intorno a 325-330°, mentre la mia rotta per doppiare il capo dovrebbe essere di 315°, dovrò quindi fare un bordo per guadagnare un pò di sopravvento. Per il momento procedo sui 325°, e quindi verso costa. Capo Espichel si avvicina, è imponente e aspro, con il faro in bell’evidenza contro il cielo azzurro. Sono circa le 12 e arriva in pozzetto qualcosa da mangiare, pane e acciughe per l’equipaggio, un poco di riso bollito scondito per me. Può sembrare un cibo poco invitante, ma io, lo adoro, lo trovo saporito e facile da mangiare. Del resto il cibo, quando sono in navigazione, è per me l'ultimo dei pensieri, deve veramente solo sostentarmi, non cerco mai gusti particolari o piatti complicati. Intanto certe nubi stratificate che erano lontane, a nord, si avvicinano. La visibilità prima eccellente, comincia a diminuire. Capo Espichel, malgrado sia ora più vicino, si vede con minor chiarezza, ho giusto il tempo di dire “Mi sa che è meglio mettere la cerata”, scendere in plancia, indossarla, tornare fuori, che una sottile pioggerella, stile londinese, viene giù a bagnare tutto. Con gentilezza però, quasi in punta di piedi. La temperatura si abbassa, già che in queste zone ancora di caldo non se n’è visto per niente. Amalia indossa i guanti polari(!) e si incantuccia in un angolo del tendalino. Non siamo ormai molto lontani dal capo, metto a riposo Scipio perché lui è sì infaticabile e non chiede né pane né acqua, però, per sua natura, porta la barca con un certo serpeggiamento, cioè non è capace di andare perfettamente dritto, ma va sempre un pò da un lato e un pò dall'altro della giusta rotta. Questo ondivagare  fa sì che noi si scarrocci sempre un tantino sottovento. Per non perdere troppo cammino, prendo il timone e bolino con la massima precisione che mi è possibile.
In questa zona c'è un pericolo costante: le spadare. Sono attrezzi da pesca lunghi chilometri, contrassegnati da bandiere e sostenuti da galleggianti. A volte, tra una bandiera e l'altra, ci sono svariate centinaia di metri e se il cavo che le unisce finisse sull'elica ne nascerebbe un vero disastro. Ecco perché è necessario scrutare incessantemente la superficie del mare. Non appena si vede una bandiera bisogna guardare sopravvento, alla ricerca di quella che la precede, in modo da farsi subito un'idea della sua disposizione e assumere una rotta parallela alla spadara, finché anche l'ultima bandiera non sia lasciata di poppa, solo allora si può tornare sulla propria rotta. E di notte? Che dire per le navigazioni notturne? Quante volte saremo passati accanto o addirittura attraverso una spadara senza rendercene conto?  Brrr, meglio non pensarci! Viro di bordo, vado per 270° per guadagnare il sopravvento che mi serve, debbo fare questo bordo non più lungo del necessario dato che in realtà mi allontana dalla mia meta, ma mi serve per doppiare il capo. Una ventina di minuti dopo viro ancora e rientro verso il capo, che adesso si avvicina e si mostra in tutta la sua orrida bellezza. E’ un lungo e altissimo spuntone calcareo. La base è un tormento di scogli, rive scoscese, tante grotte grandi, nere e buie. La sommità è invece abbastanza piana e regolare con una bella copertura vegetale. Con la prua attuale ci avviciniamo fino a poche centinaia di metri dalla riva, ho osservato con molta attenzione la carta nautica per scoprire eventuali secche o scogli affioranti: non ce ne sono. Altro piccolo bordo per 270° perché ancora non riuscirei a doppiare il capo, poi di nuovo a dritta per 325°. Questa volta, e sono circa le 16:00, passiamo il capo, di stretta misura, con una bolina di precisione, degna di Luna Rossa ( beh mi piace esagerare a volte!). Appare ora l'altra faccia di Capo Espichel. E' un incredibile costone dove sono disegnati con gran nitidezza gli strati calcarei che costituiscono la struttura geomorfologica del Capo. Chilometri e chilometri di costa, con tutte queste strisce, inclinate di oltre 45 gradi sull'orizzontale; l'erosione marina ha lavorato alla base causando dei crolli e  mettendo a nudo le superfici lucide e lisce degli strati, che si immergono in mare. 
Mi è venuto da pensare che se ci si ponesse sulla sommità, ci si potrebbe sedere su quelle superfici lisce e lasciarsi scivolare, arrivando al mare senza il minimo scossone come lungo una discesa ghiacciata. Oltre il capo si comincia a vedere la costa che corre verso nord. E’ un'ampia insenatura, che porta prima alla bocca del Tago, il fiume di Lisbona, e poi a Cascais. Anche qui si va di bolina “corretta”, vale a dire col motore ad assistere, perché il vento è ancora debole e viene quasi dalla direzione verso cui noi vorremo andare. Lo stimato d'arrivo è ormai intorno alle 23 e io sono ancora incerto se entrare o no in porto. Ne parlo con Amalia e decidiamo di rimandare la decisione a quando saremo prossimi all'arrivo. Se mi sentirò in sicurezza procederemo all'ormeggio, altrimenti staremo in panna fuori dal porto fino a domani mattina (una prospettiva poco allettante, comunque la si metta). Intanto che procediamo lungo la costa, stringendo al massimo l'angolo col vento, entriamo in un'area della baia dove possiamo osservare uno spettacolo mai visto prima. Sono migliaia e migliaia d’uccelli marini di varie specie, ne ho distinto almeno tre anche se, purtroppo, ancora non sono capace di assegnargli un nome.
Tantissimi volatili che coprono letteralmente la superficie del mare galleggiando come papere, mentre altri fanno il loro mestiere e volano, come si conviene agli uccelli, fiondandosi poi in acqua per cogliere di sorpresa i pesci che, evidentemente, stanno nell'area in gran numero. Gli uccelli simil-papera non si allarmano più di tanto al nostro arrivo. Remando senza fretta con le loro zampe palmate, si scansano del tanto strettamente necessario a levarsi dalla rotta della barca e poi continuano imperterriti nelle loro attività.
Io tengo d'occhio, speranzoso, la traina, si sostiene che dove c'è mangianza per gli uccelli ci siano anche i predatori di grande taglia, ma la speranza è vana, oggi niente pesce fresco. Si va verso la sera e ancora siamo lontani da Cascais. Continuo a carteggiare con precisione e accendo il radar, voglio confrontare gli echi sullo schermo con ciò che osservo a vista, non si sa mai, prendere un granchio in acque sconosciute e a meno di un miglio dalla costa sarebbe al minimo imbarazzante, disastroso se avessimo sfortuna. Siamo nelle vicinanze di aree ad alto traffico e tra poco entreremo nella zona delle barre fluviali del Tago, con i loro bassifondi. Amalia è abbarbicata alla ruota del timone già da un pezzo, il suo delicato compito è di non distrarsi e di mantenere il valore di prua che io determino al tavolo di navigazione. Passa il tempo, ormai il buio ha cancellato ogni possibilità di riconoscere a vista i dettagli della costa, si vedono tantissime luci lungo l'intera baia. Guardando all'indietro si vede bene il lampeggiare del faro di Capo Espichel, un lampo bianco, luminosissimo, ogni quattro secondi, ma poi, lungo la costa è solo una distesa indistinta di luci. A circa sei miglia da noi, a dritta, si delinea sullo schermo radar la bocca del Tago. L’immagine sullo schermo è molto diversa dalla realtà, ci vuole un pò d’esercizio per stabilire le corrispondenze con la carta nautica. Ma ecco che un segnale molto grande e distinto, con distanza in rapida diminuzione, si mostra sullo schermo radar, in corrispondenza della bocca del fiume. Ad occhio nudo non si distingue un bel niente ma la distanza continua a diminuire. E’ senza dubbio una nave, ma l’occhio è impotente a discernere alcunché. So per certo che c'è una nave, ma dov'è questa benedetta. Dove sono le sue luci di via? Ad un certo punto, come per incanto la vedo, o, meglio, vedo la sua silhouette. Cosa capita? Capita che la nave, un grande mercantile, costituisce una massa opaca che oblitera le luci retrostanti e, incredibilmente, la nave si delinea perfettamente come una sagoma nera che scivola contro lo sfavillio di luci dello sfondo. Direte: e le luci di via della nave? In queste condizioni di sfondo molto illuminato, le luci di via sono semplicemente patetiche e niente possono contro lo sfavillio retrostante, letteralmente scompaiono.  Adesso è agevole manovrare per scostarci dallo scomodo vicino e, capito il trucco, diventa agevole individuare altre due navi che seguono a poca distanza (tutte queste navi sono così ravvicinate perché è il momento in cui la marea è propizia all'uscita dal fiume e quindi si forma una sorta di “coda”). Nel frattempo siamo impegnati anche nel cercare di riconoscere il nostro porto di Cascais. Sul radar la forma della baia è chiaramente riconoscibile ma devo trovare la diga foranea. Ho il problema che la carta nautica non è recente e il porto turistico, costruito da poco tempo, non vi compare. In conformità ad una descrizione trovata su un portolano, ho potuto abbozzare, a matita, la forma approssimativa del molo di sovraflutto sulla mia carta nautica.  Non è certo gran cosa.  Però un faro, quello di S.Marta, posto nelle vicinanze del porto, si fa riconoscere molto prima di quanto pensassi. Nel nostro settore mostra un lampo rosso ogni sei secondi. Poco dopo sul radar si delinea una forma così rettilinea che, secondo me, non può che essere il molo di sovraflutto di Cascais, quello che sulla carta ho tracciato a matita. Prepariamo i nostri due fortissimi fari da alcuni milioni di candele, potrebbero aiutarci. Aguzziamo lo sguardo come faine, ogni tanto vediamo una luce rossa, ci fa pensare che siamo riusciti ad individuare il fanale sinistro della bocca del porto e invece sono solo illusioni ottiche, forse sono le luci degli stop delle auto. Poi, finalmente, individuiamo il nostro segnale rosso lampeggiante, la frequenza dei lampi è quella giusta, è Cascais. Resta solo da individuare il fanale verde per capire come sia disposta la bocca del porto ed entrare. Purtroppo l'ecoscandaglio ha smesso di funzionare e, man mano che ci avviciniamo a terra, quest’avaria diventa sempre più fonte d’ansia. Se conoscessi la profondità reale del fondale sarei tanto più tranquillo. Comunque la carta nautica mi da profondità tranquillizzanti e quindi procediamo, lentamente, verso terra, nell’attesa di avvistare il fanale verde. La luce rossa lampeggiante si fa più vicina e la situazione sembra tranquilla. All'improvviso, compare una seconda luce rossa lampeggiante come l’altra, posta più a destra della prima. E’più debole e prima non si vedeva. Ohibò, e questo cosa significa? In un mondo fatto solo di luci e di aree buie, un'ambiguità come questa ti butta di colpo nell'incertezza più profonda. Quale delle due luci rosse segnala l'estremità del molo di sovraflutto, che cosa c’é nello spazio tra le due luci? Acqua? O solida TERRA?  O solido CEMENTO? Non si vede nulla, ma bisogna assolutamente non sbagliare. L'istinto mi guida a non passare fra le due luci e a far rotta intorno alla seconda luce rossa lampeggiante. Ancora all'improvviso, si svela, finalmente, l'agognata luce verde che contrassegna il molo di destra. Ora la posizione della bocca del porto è inequivocabile, non ci sono più problemi, so dove dirigere la prua. Procediamo ormai col cuore leggero e ormeggiamo al molo di attesa. Con un grande senso di soddisfazione per una cosa ben riuscita, speriamo che vada sempre così. 
P.S. Quando, il giorno dopo, abbiamo lasciato Cascais per risalire il Tago, mi sono rallegrato per aver preso la giusta decisione la sera prima: la zona di mare compresa tra le due luci rosse lampeggianti è costellata di scogli affioranti!!!

giovedì 6 maggio 2004

Da Portimaõ

E veniamo allora a questo Portogallo che stiamo osservando da Portimaõ.
Ha due facce, diametralmente opposte. Il marina, dove siamo ormeggiati, con l'annesso centro turistico di Praia da Rocha, é quanto di più smaccato ci sia nel campo dell'industria del divertimento. Non voglio affermare che tutto questo sia brutto, anzi, é sicuramente molto ben realizzato e organizzato, ma é funzionale unicamente allo spasso di massa un po’ becero dell'estate. Le tante vetrine di chincaglierie turistiche, i tanti negozi con articoli da mare, l'infinità di ristoranti, bar e pizzerie, tutto è lì per un unico scopo, creare occasioni per consumare, spendere e fare come se davvero ci si divertisse da morire.
A questa faccia consumistica e, sicuramente, redditizia, fa da contraltare la vecchia Portimaõ, dove il Portogallo tradizionale viene fuori con grand’evidenza. E’un Portogallo di casette tutte basse, in genere bianche, con fregi e spigoli colorati d’azzurro, strade strette e tortuose, piccoli negozi e piccoli baretti un pò bui dove, ai tavolini, gruppi di uomini giocano a carte. Si può bere e mangiare lumachine piccanti in un’atmosfera paesana, informale e distesa.
Tanti aspetti mi riportano alla mente certe immagini familiari nei nostri paesi della Sardegna. Anche qui il geometra del posto, con velleità da architetto, ha voluto dare un tono moderno a certi dettagli, come i portoncini d'ingresso d’alluminio anodizzato che, in case antiche, hanno sostituito i vecchi portoni in legno a larghe doghe orizzontali. Forse voleva essere moderno e invece é solo kitch. Però devo dire che, forse perché questi aspetti mi sono familiari, l'insieme è in fondo gradevole.
Si vede da mille dettagli che questa società viene da una lunga storia di fatiche, da un’esperienza di vita travagliata e poco avvezza ai lussi. I visi, dai tratti marcati, che s’incontrano per la strada, sono gli stessi che incontriamo su certe nostre strade dell'interno della Sardegna.
Tutto questo mi rende questi luoghi già cari, senza quasi conoscerli e, seguendo i pensieri assurdi che ogni tanto attraversano la mente, questo potrebbe essere un luogo dove, un giorno, varrebbe la pena trasferirsi e spendere il proprio tempo.
Ieri abbiamo avuto una bellissima sorpresa (che poi tanto sorpresa non è, visto che ce lo eravamo promesso da mesi), sono arrivati a Portimaõ Costantino e Teresa sul loro camper. Tanti amici li conoscono già e quindi non faccio presentazioni; arrivavano direttamente da Nizza, senza fermate che non fossero quelle notturne per dormire, un vero tour de force. Naturalmente il giorno dell'arrivo è stato dedicato alla reciproca compagnia e...alla crapula; infatti, le rispettive cambuse sono ancora ben fornite di prodotti nostrani per permetterci di festeggiare degnamente l'incontro (c'era anche "casu marzu", grazie Lello!).
Domenica 3 maggio, profittando della disponibilità del camper siamo andati a visitare Faro, la capitale dell'Algarve, sotto una pioggerella che faceva tanto Old England. Un'oretta di guida sulla statale 125, in mezzo ad una campagna che in certi punti, potenza evocativa dei numeri, sembrava proprio la campagna sarda lungo la SS 125 Orientale Sarda, con le ginestre in fiore, gli ulivi, i vigneti, gli agrumeti e …e quelle zone incolte, abbandonate, coperte di erbe e arbusti dall'aspetto tanto familiare.
Arriviamo a Faro per scoprire che non c'è alcun.... faro, mi sono chiesto il perché del nome ma la mia curiosità è per ora senza risposta. Ad una cosa che mi aspettavo di vedere e non ho visto, ha fatto però da compenso una cosa che non mi aspettavo e che invece ho visto in gran quantità: un pennuto di dimensioni spettacolari, che conoscevo solo per certe buffe storie che ci raccontavano da bambini, ovvero le cicogne.
Il primo nido l'abbiamo scoperto per caso, sembrava un gran cesto posato sulla sommità di un'alta colonna; ci chiedevamo che cosa ci facesse quell’ammasso di sterpi lassù in alto. Però aguzzando lo sguardo si è intravista la rotondità del cranio del volatile, accovacciato dentro, e abbiamo capito trattarsi appunto del nido di una cicogna. 
Poi guardando intorno, abbiamo visto molti altri grandi nidi, tutti posati sulla parte più alta dei vecchi edifici, dei fanali stradali e quant’altro. Sul frontale di un'antica chiesa ce n’erano addirittura due, uno per lato della croce centrale. Sulla destra una cicogna era ritta sulle zampe, di fianco al suo nido, e devo dire che è proprio un uccello enorme, sembrava un frate avvolto nel saio. Io non so nulla delle cicogne, ma ho fantasticato per un pò sulla possibile vita di questi grandi volatori che, da veri intenditori, scelgono come loro abitazione solo edifici antichi e solenni. Costruiscono il nido, in alto, con rami e stoppie così abilmente aggiustati che, nonostante l'apparente casualità della loro disposizione, sono in grado di resistere ai venti delle burrasche atlantiche. E a quel nido tornano, anno dopo anno, seguendo il ciclo delle stagioni. Ho immaginato che la stessa mamma cicogna possa tornare, anno dopo anno, allo stesso nido per deporre e covare le sue uova e, forse, diventata vecchia e compiuta la sua ultima migrazione, una delle piccole cicogne, nate in quel nido, possa farlo suo, e lo adoperi a sua volta per covare le sue proprie uova e vi faccia nascere i suoi propri piccoli. Così magari, ad una città di mattoni, edificata dagli uomini nel corso degli anni, dove i figli succedono ai genitori nella casa di famiglia, potrebbe corrispondere, in una simmetria surreale, una città aerea di nidi costruiti da grandi uccelli, dove ancora i figli succedono ai genitori secondo un ritmo che è quello eterno della vita.

Dal giornale di bordo:

27 aprile: festeggiamo un mese dalla nostra partenza. Siamo appena arrivati a Portimaõ e celebriamo con tonno talmente fresco che non sa di tonno ma di qualche carne pregiata; lo innaffiamo con lo spumante Ferrari che conservavo per un’occasione speciale. E questa lo è davvero.Un mese in mare, il primo porto oceanico, l’inizio della risalita verso il freddo, ora si inizia a fare sul serio, speriamo che lo sguardo degli dei del mare si posi benevolo su Ulyxes e il suo equipaggio. In effetti per questa data speravo di essere già a La Coruña. Ma non me ne cruccio, l’obbiettivo resta raggiungere le isole Svalbard, ma esso è subordinato ad un altro: prima di tutto dobbiamo stare bene noi dell’Ulyxes, non farò l’errore di sacrificare il piacere di andare per mare liberi da impegni, al conseguimento di un risultato che, seppur prestigioso, non aggiunge nulla al nostro vivere in mare. Dovunque saremo arrivati, per il 15 luglio smetteremo di puntare a nord e torneremo verso latitudini più calde, senza alcun rimpianto. Comunque ci sono ancora due mesi e mezzo. Vedremo.
Durante la navigazione abbiamo avuto una visita inaspettata. Di notte, mentre nei pressi dell’albero lavoravo per issare la randa, dopo aver sollevato pochi centimetri di vela, sento baccano, un frullio d’ali, un gran movimento di un pennuto non definibile, vicinissimo. Quando si posa in coperta rivela la sua specie: un piccione con tanto di targhetta identificativa. 
Si era rifugiato in mezzo alla tela ripiegata della randa e il mio intervento aveva interrotto il suo sonno. Resterà in coperta, infreddolito e diffidente fino a che saremo vicini a terra. Due volte spicca il volo e due volte torna a bordo immediatamente: la riva è evidentemente ancora troppo lontana. Al terzo tentativo invece punta decisamente verso terra e sparisce rapidamente alla vista. Peccato, mi ci stavo affezionando. Cercavo di capire perché un piccione fosse arrivato a bordo, nel cuore della notte, nell’immensità dell’oceano, proveniente chissà da dove. Forse si era perso, trascinato dal vento. Nella notte ha visto la barca, il chiarore della coperta bianca e, forse stremato da un lungo volo, ha trovato un rifugio insperato e determinante nella vela ripiegata di Ulyxes. Quando poi l’ho involontariamente disturbato e ha dovuto lasciare il riparo che  si era procurato, non è volato via  spaventato dai miei armeggi sulla vela perché era molto più spaventato dalla infinita distesa liquida che aveva sorvolato per ore, fino allo sfinimento. Sapeva che la barca, la sua solida coperta erano la sua salvezza. Ecco che ha preferito restare a zampettare a bordo. Quando poi il sole ha cominciato a scaldare ha anche smesso di appallottolarsi comicamente come aveva fatto durante la notte per combattere il freddo. E anche la sua livrea è cambiata e ha preso colori più vivi, quasi metallici. Quando finalmente ha deciso che la terra era sufficientemente vicina se n’è andato senza…un saluto. Mentre lo seguivo con lo sguardo pensavo divertito a che cosa fa un piccione che atterra, dopo un lungo viaggio in barca, in terra straniera. Che fa? Cerca un ritrovo per piccioni di passaggio e si presenta? Piacere, piccione Tizio, vengo da non so dove e mi hanno portato fin qui dei buffi navigatori. E se invece arriva in un posto di piccioni razzisti e lo caricano di botte perché è un intruso. Mah, misteri di una vita da volatile, occasionalmente clandestino su un veliero.